PRESENTAZIONE SAGGIO “IL CAOS DELL’INFORMAZIONE”

Palazzo Firenze, 31 Maggio 2019

Nell’800, Hegel si preoccupava che venisse bandita quella naturale tendenza, propria del pensiero, che consiste nell’accidentalità, nella arbitrarietà, nella particolarità soggettiva dell’opinare. Ciò che angustiava il filosofo era la sostanziale ambiguità degli strumenti di comunicazione, cui riservava parole severe. Dinanzi a questa ambiguità è prevalso, e non poteva essere diversamente, il principio della libertà come una delle garanzie contro governi tirannici.

Un principio che ha trovato una propria e importante tutela quando l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dietro raccomandazione della Conferenza Generale dell’UNESCO, ne proclamò una Giornata dedicata. Era il 3 maggio del 1993, un giorno scelto non a caso, ma per ricordare l’incontro volto a promuovere l’indipendenza e il pluralismo della stampa africana (Promoting an Independent and Pluralistic African Press), occasione a seguito della quale fu siglata la Dichiarazione di Windhoek, affermazione dei principi in difesa della libertà di stampa, del pluralismo e dell’indipendenza dei media come elementi fondamentali per la difesa della democrazia e il rispetto dei diritti umani.

Sono passati alcuni anni da quella data simbolica e oggi, ci troviamo dinanzi a sfide ancora complesse.

Si combatte ancora per assicurare la garanzia contro i totalitarismi e, secondo i dati della Freedom House, i Paesi considerati “non liberi” sono addirittura 40, principalmente in Asia e in Africa[1]. Ma se da un lato, la libertà di stampa non è ancora pienamente garantita, dall’altro, quando essa è assicurata si trova spesso a fare i conti con la disinformazione. Uno scenario in cui si consolida anche un’ulteriore problematica: la tirannia della pubblica opinione.

Una totale immersione nelle logiche mediali, in assenza di quelli che Marshall McLuhan chiamava gli anticorpi intellettuali, conduce ad accettare assiomi assoluti, consegnando noi stessi alla manipolazione di interessi commerciali o finanche politici.[2]

Ed è in questo senso che allora occorre tutelare la libertà, non in modo aprioristico, intesa come fiducia ‘ingenua’ nei mezzi del comunicare, ma come incarnazione della verità. Il rischio è che la manipolazione delle masse possa giungere fino a consentire un pericoloso negazionismo della realtà.

Al fine di arginare questi fenomeni e comprendere i meccanismi che sono posti alla base di essi, ho ritenuto opportuno “mettere su carta” alcune delle riflessioni che ho svolto nei dibattiti pubblici cui ho avuto modo di partecipare.

Questo in sostanza l’intento del mio saggio. Lungi dal voler diffondere un pericoloso allarmismo, ritengo fondamentale lanciare un monito e di cercare di svelare, attraverso un pamphlet di facile e rapida lettura, le questioni che si celano dietro quell’information disorder che viviamo costantemente.

LA “CATTIVA” INFORMAZIONE

La cattiva informazione ieri

Ogni individuo quando entra in contatto con un ambiente che non conosce abbastanza necessita di punti di riferimento. Questi, prima determinati dalle elite culturali, e poi dal giornalismo professionale, sono oggi messi a dura prova dalle nuove dinamiche disinformative.

Ovviamente sarebbe ingenuo pensare che, in passato, il giornalismo sia stato l’ancilla veritatis. Tutte le notizie possono essere riportate in diversi modi e ogni fatto può essere descritto in modo diverso per sostenere una specifica agenda ideologica e politica: selezionare un fatto piuttosto che un altro, commentare o non, qualcosa è sicuramente frutto di una determinata scelta.

Non è un caso, infatti, che le notizie non veritiere circolino fin dall’antichità. Nel pamphlet, oggi in presentazione, ho cercato di ricostruire la storia della disinformazione a partire dal VI secolo d.C., rilevando come l’uso manipolatorio abbia conosciuto diverse modalità. Dalle “pasquinate”, i sonetti spesso diffamatori appesi di notte sulle statue di Roma; ai “canard” distribuiti nelle strade di Parigi con notizie spesso ingannevoli; fino ad arrivare ai giornali londinesi di fine ‘700, quando la falsità ha raggiunto il proprio picco.

Tuttavia, possiamo ancorare la disinformazione addirittura al 1275 a.C., anno in cui il faraone Ramsete II, pur sconfitto nella battaglia di Qadesh, riportò ai suoi sudditi le gesta e il racconto di una grande vittoria; o ancora, secondo altri, si può ricondurre al 431 a.C. quando Tucidide, nel primo libro della guerra del Peloponneso, fondò, sulla base di una missiva di dubbia provenienza, le proprie accuse al generale spartano Pausania, ritenuto poi colpevole di alto tradimento. Non dimentichiamo Ottaviano, il quale notoriamente usò una campagna di mistificazione per sostenere la sua vittoria su Marco Antonio nella guerra finale della Repubblica romana. In seguito, cambiò il suo nome in Augusto e inviò un’immagine lusinghiera di sé stesso in tutto l’Impero, mantenendola anche nella vecchiaia.

Non solo il passato remoto, anche quello più prossimo ha conosciuto questi fenomeni. Venendo a tempi più recenti, nel XX secolo, nuove forme di comunicazione di massa hanno permesso la crescita della propaganda, in particolare durante i regimi di guerra e dittatoriali.

La cattiva informazione oggi

Un fatto, una notizia, intanto esiste in quanto fa parte di una rete di relazioni e opinioni che lo qualificano e interpretano. Non è quindi tanto il flusso di informazioni a suggestionare direttamente il destinatario finale del messaggio, quanto il gruppo di riferimento e gli opinion leader. Se il fattore principale della comunicazione si rinviene nelle relazioni sociali, è evidente come un sistema fondato su dinamiche emozionali sia destinato a imporsi con vigore. È su queste basi che si fondano le reti sociali che tendono a ricalcare e acuire le problematiche di esposizione selettiva e confirmation bias.

In questi termini, sembrano riaffiorare quei principi emersi nella ricerca sociologica che ha dato origine alla c.d. “teoria del flusso a due fasi di comunicazione” (Two Step Flow of Communcation di Paul Felix Lazarsfeld ed Elihu Katz), secondo cui il messaggio è veicolato dal mezzo al leader d’opinione e da questi, una volta decodificato in coerenza con la subcultura del gruppo, riproposto ai “seguaci”, per poi delineare un complesso disegno di ricerca sul campo, inteso a confermare la teoria stessa.

Tuttavia, affinché la notizia possa concretamente raggiungere un individuo non basta solo che egli acceda ai media e che compia la scelta ulteriore di fruire i contenuti messi a disposizione dagli stessi, è indispensabile anche che il proprio consumo di informazione avvenga in maniera effettiva e attenta.

A tal riguardo, uno studio sulla Limited individual attention and online virality of low-quality information[3] ha dimostrato, che, più che la qualità del contenuto, un fattore rilevante nel determinare la viralità di una news è la limitata attenzione individuale e l’information overload.

I risultati

In Italia, secondo gli studi compiuti da Agcom nellOsservatorio sulla disinformazione online, il volume di questa “patologia” ha raggiunto il livello massimo in corrispondenza delle elezioni politiche del 4 marzo. La “cattiva” informazione ha interessato l’8% dei contenuti online prodotti mensilmente lo scorso anno e ha riguardato soprattutto argomenti di cronaca e politica (nel 53% dei casi) e di carattere scientifico (18% dei contenuti di disinformazione). Lo scorso venerdì è stato poi pubblicato, sempre da Agcom, il terzo numero dell’Osservatorio, secondo il quale è stato rilevato un volume di contenuti che nel giorno medio del bimestre marzo-aprile 2019 si mantiene su valori analoghi rispetto al giorno medio del bimestre gennaio-febbraio (7%). Ancora una volta la distribuzione per categoria degli articoli online di disinformazione, nel periodo marzo-aprile 2019, mostra una preponderanza di contenuti dedicati alla cronaca, che, congiuntamente a quelli di politica, costituiscono la metà del totale.

I contenuti non verificato sulle elezioni europee hanno rappresentato una piccola percentuale del totale. Tuttavia, essi si sono comunque contraddistinti per un aumento del 5% nel mese di marzo (rispetto a febbraio) e del 21% nel mese di aprile (rispetto a marzo), secondo le rilevazioni di Agcom.

Poco prima del voto europeo, nel Vecchio Continente, sono stati scoperti e segnalati 550 pagine o gruppi e 328 profili seguiti da circa 32 milioni di persone che contribuivano alla diffusione di contenuti volutamente deviati rispetto alla realtà. In tal modo, negli ultimi tre mesi, questi siti hanno ottenuto 67,4 milioni di interazioni (commenti, condivisioni o semplici “like”). Di queste, 104 pagine e 8 gruppi Facebook sono stati segnalati in Italia, per un totale di oltre 18 milioni di follower e 23 milioni di interazioni negli ultimi tre mesi.

A conferma di questo trend, un ulteriore studio compiuto da Agcom (che ha dato vita al Report News vs. fake news nel sistema dell’informazione) ha rilevato come molti dei termini più frequenti delle c.d. hard news, ossia quelle notizie che hanno un elevato valore informativo e che, per la loro importanza, richiedono la pubblicazione immediata (come le notizie di cronaca, politica, economia) sono legati alle vicende politiche e istituzionali del Paese.

Prime conclusioni

Una prima riflessione riguarda quindi la stagionalità della disinformazione. In concomitanza di appuntamenti politici, il tasso di disinformazione sembra crescere, mentre non può fare a meno di notarsi che, nel periodo estivo, si riscontri una riduzione.

Una seconda riguarda poi le sue caratteristiche. Analisi compiute da Agcom, hanno dimostrato che la concentrazione di contenuti sulla notizia registra il suo massimo nei due giorni successivi a quello in cui ha avuto luogo l’accadimento, quando tutti i mezzi la diffondono.

La brevità del ciclo di vita dei singoli contenuti falsi diffusi tramite queste fonti e la concentrazione in pochi giorni della distribuzione dei relativi contenuti sono la spia dell’intento di mettere in atto una strategia di disinformazione, prediligendo la trattazione di tante notizie diverse, ma evitando di approfondirle.

QUALI SOLUZIONI?

Il break up: una soluzione percorribile?

Come sottolinea, già da tempo, il sociologo Eugeny Morozov, il vero problema è l’assenza di infrastrutture alternative, non-corporate, per l’intermediazione delle nostre relazioni sociali (“the real problem is the absence of non-corporate, alternative infrastructures for organizing our lives”).

Per utilizzare le parole della senatrice democratica del Massachusetts, Elizabeth Warren, candidata alle presidenziali Usa nel 2020, “Le grandi aziende tecnologiche oggi hanno troppo potere sulla nostra economia, la nostra società e la nostra democrazia”[4].

La criticità principale riguarda allora gli “aspetti di mercato”, ossia quel monopolio delle piattaforme digitali che si estende in ambiti sempre più ampi della vita sociale.

Oltreoceano è stata ipotizzato un piano di ‘Break up’ per alcune delle più grandi aziende tecnologiche statunitensi. Esso non costituisce sicuramente un approccio innovativo, ma sembra riportare al passato quando lo Sherman Act fu varato per porre un limite allo strapotere dei monopoli allora esistenti. Certo, all’epoca, i capitani dell’industria e della finanza non erano particolarmente amati, ne è prova l’appellativo poco felice che si erano guadagnati: “Robber Barons”. Ma siamo sicuri che lo stesso atteggiamento non sia riservato anche alle moderne piattaforme social?

Del resto, gli scandali che, negli ultimi anni, hanno coinvolto le new tech non hanno forse contribuito a minarne la credibilità e in taluni casi l’affezione degli utenti?

Anche le piattaforme hanno conquistato un appellativo non molto piacevole, frutto di un acronimo, BAADD, che sta a indicare: bad, addictive, anti-competitive and destructive to democracy[5] (grande, anti-competitivo, che provoca dipendenza e distruttivo per la democrazia). Si tratta certamente di una generalizzazione eccessiva, ma anche un modo efficace per mostrare i rischi cui siamo sottoposti quotidianamente.

Ecco che allora siamo giunti a un rinnovato scontro in cui le dimensioni possono diventare una minaccia, sia industriale che sociale (“size can become a menace, both industrial and social”).[6]

Ma per evitare che “all power tends to develop into a government in itself” (tutto il potere tende a trasformarsi in un governo in sé) non possiamo ritenere ancora sufficienti quegli interventi di light touch regulation finora sperimentati.

Altre soluzioni verso la risoluzione del problema

Trovare delle soluzioni in un contesto in cui è necessario assicurare anche un intervento tempestivo che sappia fronteggiare la dinamicità di questi mercati non è certamente semplice.

  1. In un’ottica regolamentare, si dovrebbe immaginare un’azione che torni a valutare la centralità della corretta informazione come prospettiva cui tendere.

Un primo passo allora potrebbe essere quello di favorire una regolamentazione della materia fondata su obblighi di trasparenza e accountability delle funzioni di distribuzione delle notizie da parte delle piattaforme Internet.

In questo senso si sta muovendo Agcom che, in vista delle scorse elezioni europee, ha adottato le Linee guida per la parità di accesso dei soggetti politici alle piattaforme online durante la campagna elettorale per le elezioni dei membri del Parlamento europeo spettanti all’Italia nell’ambito delle attività del “Tavolo tecnico per la garanzia del pluralismo e della correttezza dell’informazione sulle piattaforme digitali”[7].

Un’esperienza che l’Autorità aveva già sperimentato lo scorso anno, in vista delle politiche, e che quest’anno è stata integrata al fine di favorire soprattutto la trasparenza dei messaggi politici diffusi dalle piattaforme e garantire un sistema efficace di fact checking con la previsione di una reportistica adeguata.

  • Un’attività che si pone in linea con l’azione della Commissione che, attraverso l’ERGA, ha istituito una task force nell’ambito dell’Action Plan adottato a dicembre scorso con cui l’esecutivo di Bruxelles ha voluto intensificare gli sforzi volti a contrastare le fake news in Europa.

Molteplici sono le azioni previste nella misura: dall’alfabetizzazione mediatica alla costituzione di gruppi multidisciplinari nazionali di verificatori di fatti indipendenti, con il compito di individuare e denunciare le campagne di disinformazione diffuse nelle reti sociali.

  • Sicuramente in questo contesto non possiamo tralasciare il necessario l’accertamento critico dei testi. Non dimentichiamo l’insegnamento di Umberto Eco: la cultura non deve essere intesa solo come un accumulo di dati, ma è anche il risultato di un filtraggio che non sconfini in moderna censura.

Ma attenzione! Non esiste solo una censura per “sottrazione”, che si articola rimuovendo talune informazioni. Una delle forme più pericolose di annichilimento è la censura “per moltiplicazione”. Per impedire che una notizia venga percepita come rilevante basta annegarla in un contesto di contenuti irrilevanti. Come ho sottolineato nel saggio “È proprio questo il meccanismo che dobbiamo combattere: la Rete non può incarnare quel Funes el memorioso che disdegnava Jorge Luis Borges; quell’uomo che, pur ricordando tutto, è bloccato dalla sua incapacità di selezionare e di buttar via”.

  • Infine, un ulteriore aspetto è di carattere più tecnico. L’Enisa, l’Agenzia dell’Unione Europea per la cybersecurity, ha invitato, in un recente paper, gli Stati membri a “implementare una tecnologia che identifichi modelli di traffico insoliti che potrebbero essere associati alla diffusione di disinformazione o attacchi informatici ai processi elettorali”. Non solo. Secondo l’Agenzia, “dovrebbe essere introdotto un obbligo legale che impone alle organizzazioni politiche di attuare un elevato livello di sicurezza informatica nei loro sistemi, processi e infrastrutture”.[8] Un impegno condiviso è allora necessario, anche da parte delle formazioni politiche. Una soluzione simile era stata proposta anche in Gran Bretagna, lo scorso anno, quando il Committee on Standards in Public Life (CSPL), aveva incentivato, sotto la sua supervisione, la realizzazione di accordi preventivi tra i partiti per l’adozione di un codice deontologico sull’informazione elettorale[9]

Nulla di nuovo sicuramente, se non la consapevolezza che, come ci insegnano i classici, “lieve è l’oprar se in molti è condiviso” (Omero).


[1] https://www.onuitalia.it/3-maggio-giornata-internazionale-per-la-liberta-di-stampa/

[2] http://www.lanuovaeuropa.it/il-monopolio-delle-menti/

[3] La ricerca è stata pubblicata da Diego Fregolente Mendes de Oliveira e Filippo Menczer del Center for Complex Networks and Systems Research dell’Indiana University

https://www.researchgate.net/profile/Filippo_Menczer/publication/318160572_Limited_individual_attention_and_online_virality_of_low-quality_information/links/59a429524585157031171aeb/Limited-individual-attention-and-online-virality-of-low-quality-information.pdf

[4] https://medium.com/@teamwarren/heres-how-we-can-break-up-big-tech-9ad9e0da324c

[5] https://www.economist.com/leaders/2018/01/18/how-to-tame-the-tech-titans

[6] Il riferimento è allo scontro vissuto nella celeberrima causa United States vs. Columbia Steel del 1948.

[7] Il Tavolo è stato istituito il 16 novembre 2017 ha istituito con la delibera n. 423/17/CONS.

[8] http://www.ansa.it/europa/notizie/europarlamento/news/2019/03/01/europee-enisa-paesi-ue-vigilino-su-hacker-e-disinformazione-_40627e81-6cca-4435-9526-347f32b2b930.html

[9] Committee on Standards in Public Life, Culture, Media and Sport, Select Committee Inquiry “Fake news”’, submission by the Committee, March 2017

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