Par condicio e comunicazione politica

Negli ultimi anni, anche il settore delle comunicazioni è stato caratterizzato da un’elevata complessità che ha richiesto un bilanciamento fra un approccio il quale, nel contempo, consenta di dispiegare le potenzialità delle nuove tecnologie e di realizzare un adeguato livello di protezione nei riguardi del fruitore. 

Il punto oggi in esame è quindi quello di comprendere come modulare un intervento in una realtà, in cui la moltiplicazione delle piattaforme trasmissive consente la diffusione di un numero illimitato di contenuti e notizie, ma dove – come in un circolo vizioso – la pluralità di voci è spesso solo una chimera.

GLI STRUMENTI

LA TV

Un primo generale distinguo va operato in base al periodo preso in considerazione. Come noto, in quello non elettorale, ai fini della verifica del pluralismo politico in televisione trovano applicazione le disposizioni contenute nelle delibere dell’Autorità nn. 200/00/CSP, 243/10/CSP e 22/06/CSP. In particolare, con la delibera n. 243/10/CSP, l’Autorità ha fissato i criteri per valutare il rispetto dei principi del pluralismo politico e istituzionale nei telegiornali diffusi dalle reti televisive nazionali. L’art. 2 della delibera, infatti, prevede che nel corso dei periodi non interessati da campagne elettorali o referendarie la verifica del rispetto del pluralismo politico e istituzionale di ciascun telegiornale sottoposto a monitoraggio debba essere effettuata d’ufficio nell’arco di un trimestre e che, avuto riguardo ai parametri sui quali si fonda la rilevazione, costituiti dal tempo di notizia, dal tempo di parola e dal tempo di antenna, nella valutazione debba rivestire peso prevalente il tempo di parola attribuito a ciascun soggetto politico o istituzionale.

Per i periodi elettorali, si applica la legge n. 28 del 2000. A questo punto, un’ulteriore distinzione riguarda le forme con cui si esplica la comunicazione politica radiotelevisiva: tribune politiche, dibattiti, tavole rotonde, presentazione in contraddittorio di candidati e di programmi politici, interviste e ogni altra forma che consenta il confronto tra le posizioni politiche e i candidati in competizione.

Dalla data di presentazione delle candidature le emittenti televisive e radiofoniche nazionali e locali possono trasmettere messaggi politici autogestiti volti alla presentazione, non in contraddittorio, di liste e programmi. Tali spazi devono essere offerti in condizioni di parità di trattamento tra tutti i soggetti. Mentre le emittenti nazionali possono trasmettere soltanto messaggi politici autogestiti gratuiti, quelle locali possono anche diffondere messaggi politici a pagamento (art. 4 legge n. 28/2000).

Venendo all’emittenza televisiva e radiofonica locale, la legge dedica poi specifiche previsioni (Capo II, artt. 11bis-11septies). La scelta di effettuare la comunicazione politica è ormai del tutto facoltativa per il settore in questione (diversamente da quanto avveniva ante riforma del 2003, periodo in cui le emittenti locali, per poter diffondere messaggi politici autogestiti a pagamento, dovevano «offrire spazi di comunicazione politica gratuiti»[1]). L’art.11-quater, comma 1, della legge n. 28 del 2000, però, stabilisce che in ogni caso le emittenti radiofoniche e televisive locali, qualora intendano effettuare trasmissioni di comunicazione politica, «devono garantire il pluralismo, attraverso la parità di trattamento, l’obiettività, l’imparzialità e l’equità».

La concreta attuazione della disposizione resta tuttavia affidata al Codice di autoregolamentazione, mezzo per «garantire la parità di trattamento e l’imparzialità a tutti i soggetti politici» (cfr. art. 11-quater, co. 2). Uno strumento quest’ultimo che però risulta espressamente applicabile solo al periodo elettorale o referendario[2] e non fa cenno ai periodi ordinari. Conseguentemente, le emittenti private locali, non solo possono scegliere di effettuare o meno trasmissioni di comunicazione politica, ma possono anche programmare forme di confronto fra i soggetti politici non seguendo l’obbligo sopramenzionato.[3]

Per i programmi di informazione nei mezzi radiotelevisivi, la legge rinvia ai criteri stabiliti dalla Commissione parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi e dell’Autorità, al fine di garantire la parità di trattamento, l’obiettività, la completezza e l’imparzialità dell’informazione (art. 5 legge n. 28/2000).

Agcom è intervenuta per rendere più concrete queste previsioni, fino disporre che, laddove il format dei programmi di approfondimento informativo, preveda l’intervento di un giornalista o di un opinionista a sostegno di una tesi, è indispensabile garantire uno spazio adeguato anche alla rappresentazione di altre sensibilità culturali, in ossequio, non solo al principio del pluralismo, ma anche a quelli del contraddittorio, della completezza e dell’oggettività dell’informazione stessa, garantendo in ogni caso la verifica di dati e informazioni emersi dal confronto (art. 7, comma 4, delibera 1/18/CONS recante Disposizioni di attuazione della disciplina in materia di comunicazione politica e di parità di accesso ai mezzi di informazione relative alle campagne per le elezioni della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica fissate per il 4 marzo 2018). Norma quest’ultima che ha sollecitato non poche polemiche da parte dell’Ordine dei giornalisti ma che, al contrario, intende tutelare l’ignaro elettore da eventuali influenze da parte di testate o di emittenti “politicizzate”, garantendo parità di spazi di comunicazione politica nel momento dell’estrinsecazione di un pensiero o di una opinione ad opera di giornalisti durante la trattazione del proprio intervento in trasmissione.

Si tratta infatti di una previsione che trova applicazione a quei programmi extra Tg, il cui format venga focalizzato sull’approfondimento, esclusivo o prevalente, di un tema specifico, rilevante in merito alla posizione assunta, nei diversi programmi elettorali, dai soggetti politici in competizione. In questa particolare circostanza, ove il format tematico della trasmissione preveda l’invito di esperti (opinionisti, giornalisti, testimonial e così via) a sostegno di una tesi, si richiede che sia posta particolare attenzione anche ad altre posizioni che caratterizzano il dibattito politico-elettorale su quello specifico argomento, garantendo la verifica di dati e informazioni emersi dal confronto.

Sappiamo inoltre che, dalla data di convocazione dei comizi elettorali e fino alla chiusura delle operazioni di voto, in qualunque trasmissione radiotelevisiva è vietato fornire, anche in forma indiretta, indicazioni di voto o manifestare le proprie preferenze.

Molto scalpore ha fatto la vicenda, poi archiviata, che ha riguardato Orietta Berti e il suo intervento alla trasmissione “Un giorno da pecora” (andata in onda su Radio 1 il 12 gennaio 2018), nell’ambito della quale la cantante ha dichiarato la propria intenzione di voto nei confronti del Movimento 5 Stelle. Risulta sicuramente difficile impedire a un ospite di esprimere una propria intenzione di voto in un programma radio o tv che va in diretta, in quel caso poi la capacità dei conduttori di ridimensionare l’accaduto e di ribadire più volte l’attenzione al pluralismo e l’impegno ad attenersi con particolare rigore alle disposizioni in materia di par condicio e, dunque, anche ad evitare dichiarazioni di voto, ha indotto l’Autorità a non applicare la sanzione (delibera n. 12/18/CONS).

LA STAMPA

Per questo mezzo, come noto, la legge disciplina esclusivamente i messaggi politici elettorali su quotidiani e periodici (art. 7 legge n. 28/2000).

Dalla data di convocazione dei comizi elettorali e fino a tutto il penultimo giorno prima delle elezioni, gli editori di quotidiani e periodici, qualora intendano diffondere a qualsiasi titolo messaggi politici elettorali, devono darne tempestiva comunicazione sulle testate edite, per consentire ai candidati e alle forze politiche l’accesso ai relativi spazi in condizioni di parità fra loro.

Da tale disciplina sono ovviamente esclusi gli organi ufficiali di stampa dei partiti e dei movimenti politici e alle stampe elettorali di liste, gruppi di candidati e candidati.

Sappiamo poi che sondaggi politici ed elettorali, nei quindici giorni precedenti la data delle votazioni non possono essere resi pubblici o comunque essere diffusi i risultati dei sondaggi demoscopici sull’esito delle elezioni e sugli orientamenti politici e di voto degli elettori. In questo modo si intende evitare che la diffusione di sondaggi possa condizionare in maniera decisiva l’elettorato nei giorni più prossimi alla data delle votazioni. In ogni caso, anche al di fuori del periodo sopra considerato, i sondaggi devono recare specifiche indicazioni su modalità di raccolta dei dati, numero delle persone intervistate, ecc. (art. 8 legge n. 28/2000).

Ma non solo, anche la comunicazione istituzionale è soggetta a restrizioni dalla data di convocazione dei comizi elettorali e fino alla chiusura delle operazioni di voto. Si applica infatti il divieto per tutte le amministrazioni pubbliche di svolgere attività di comunicazione ad eccezione di quelle effettuate in forma impersonale ed indispensabili per l’assolvimento delle proprie funzioni (art. 9 legge n. 28/2000).

Alle scorse elezioni politiche del 2018, ad es. l’Autorità è intervenuta nei confronti del sindaco del Comune di Modena (Gian Carlo Muzzarelli), che ha conferito la cittadinanza onoraria a Vasco Rossi il 17 gennaio 2018 (Delibera n. 28/18/CONS), sanzionando il Comune per violazione della par condicio, sulla base della documentazione trasmessa dal Corecom regionale (Comitato regionale per le comunicazioni), poiché sul sito istituzionale era stata pubblicata la notizia dell’evento riportando anche foto che ritraevano il sindaco medesimo.[4]

Stessa sorte è toccata a Roma Capitale (Delibera n. 47/18/CONS) in conseguenza della pubblicazione sul sito istituzionale dell’ente della pagina “La Sindaca Informa”, nella quale venivano rese note le recenti attività compiute dal Comune, e delle pagine relative agli eventi “The Pink Floyd exhibition”, “NatWest 6Nazioni di rugby” e “101 dalla partenza del 101° Giro d’Italia”.

IL CONTESTO E LE SFIDE

CHI VINCERÀ LE ELEZIONI: GIORNALI, TELEVISIONE O WEB?

Oggi, in piena campagna elettorale per le amministrative (ricordiamo che si voterà il 26 gennaio p.v. in Emilia-Romagna e Calabria), potremmo porci una domanda apparentemente semplice “Chi vincerà le elezioni: giornali, televisione o web?”.

Al di là delle possibili risposte – che probabilmente non sono di stretta competenza in questa sede – il quesito ci chiede di valutare attentamente gli strumenti in nostro possesso per assicurare quella “pluralità di fonti di informazione, libero accesso alle medesime, assenza di ingiustificati ostacoli legali, anche temporanei, alla circolazione delle notizie e delle idee[5] fortemente voluta dalla giurisprudenza costituzionale.

Inscritto in un contesto sociopolitico del tutto peculiare, principalmente focalizzato, come noto, sulla comunicazione politica radiotelevisiva, la disciplina legislativa ha declinato questi principi differenziando gli strumenti e i tempi nei quali si sviluppa la comunicazione che l’art. 2 della legge n. 28/2000 declina come «la diffusione sui mezzi radiotelevisivi di programmi contenenti opinioni e valutazioni politiche».

Sono anni in cui vale l’assioma secondo cui ciò che non appare in video non ha rilevanza nell’opinione pubblica, tanto da scomodare filosofi del calibro di Karl Popper, che definiva la tv addirittura “cattiva maestra”.

Riprendendo il suo pensiero, egli riteneva la televisione depositaria di “un potere politico colossale […] Esso è diventato un potere troppo grande per la democrazia. Nessuna democrazia può sopravvivere se all’abuso di questo potere non si pone fine[6]

Oggi sebbene i timori siano legati per lo più ai new media, non possiamo comunque non partire da due riflessioni:

  1. La prima riguarda ancora il mezzo radiotelevisivo: essa rappresenta ancora il canale di comunicazione privilegiato dagli italiani.[7] Infatti, secondo i dati, raccolti da Agcom nell’ambito dell’Indagine Conoscitiva su il consumo di informazione (pubblicata nel febbraio 2018), con specifico riferimento al ranking dei mezzi che vengono utilizzati per informarsi sui temi della politica, essa è indicata dal 50,5% degli italiani aventi diritto al voto, come il mezzo preferito per formare le scelte politico-elettorali, seguita al secondo posto nel ranking da Internet, privilegiata da una quota dal 34%.[8] I quotidiani, invece rappresentano il terzo mezzo più utilizzato per l’informazione politica, e sono utilizzati dal 24% dagli italiani.
  • Ulteriore aspetto da valutare riguarda la componente audiovisiva nell’informazione che resta centrale anche su Internet. Solo guardando ai dati in possesso di Agcom, sfociati poi nel rapporto su Il consumo di informazione e la comunicazione. Politica in campagna elettorale, già nel 2016, il 49% della popolazione (l’86% degli utenti del web) dichiarava di utilizzare video online e il 38% (il 67% degli utenti della Rete) di farlo a scopi informativi.

In quel caso, il ruolo dei social network appariva addirittura preminente, considerando che il 18% della popolazione già consumava video di informazione su questi siti, a fronte del 17% che utilizzava video online sui siti dei quotidiani e di un ulteriore 17% che visualizzava gli stessi sui siti di aggregatori come Youtube.

La visibilità quindi si declina mediante nuove forme, quelle dei social network, luogo d’elezione nel quale è possibile tenersi aggiornati facendo maggiore affidamento su elementi di intrattenimento che diventano dispensatori di quella “diretta” un tempo ad appannaggio solo dell’emittenza radiotv. La “vecchia” audience oggi si tramuta in visualizzazioni e click!

A differenza però di quanto accaduto negli ’90 però, dove proprio la posizione di forza e di prevalenza del mezzo nel rapporto coi partiti rischiava di convertirsi in una condizione di debolezza, potendo indurre gli attori politici, dotati di ingenti mezzi economici, a sviluppare tattiche miranti a portare i media sotto il proprio controllo; oggi le logiche non appaiono più legate alla conquista degli assetti proprietari, quanto piuttosto a espugnare quelle regole, pensate per un mondo essenzialmente analogico, che hanno disciplinato la comunicazione politica dal 2000 a oggi.

In quegli anni, chiaramente nessuna previsione poteva essere dedicata nello specifico alla rete, divenuta invece oggi la principale arena politica. Una circostanza che non consente di ampliare l’ambito di applicazione della legge.

Si tratta infatti di una legge speciale, di stretta interpretazione e non suscettibile di interpretazione analogica o estensiva: la conseguenza è che Internet e siti web restano inevitabilmente fuori dal raggio di tutela delle citate disposizioni. Solo le testate online regolarmente registrate, in quanto assimilate a quelle cartacee registrate, sono suscettibili di essere ricomprese nell’alveo della legge, ai fini dell’applicazione degli articoli 7 e 8, dedicati alla stampa quotidiana e periodica.

Ulteriore effetto è che i poteri di intervento dell’Autorità rischiano di variare a seconda della qualificazione giuridica dei diversi soggetti che distribuiscono notizie, articoli giornalistici e programmi e altri contenuti diffusi online, a danno del pluralismo e dei sistemi di formazione del consenso elettorale, quando queste riguardano la comunicazione politica.

Al di là della consapevolezza di non poter applicare tale disposto normativo, è chiara anche la sua inattualità e inadeguatezza. A tal riguardo, in dottrina è stato evidenziato come meccanismi incentrati sulla distribuzione di spazi di comunicazione tra le forze politiche, ad esempio, perdono sempre più di significato in un contesto caratterizzato dalla crescita della capacità trasmissiva e dalla proliferazione dei canali; o come ancora, misure come il divieto di trasmettere in televisione spot pubblicitari di argomento politico, se pure mossi dall’apprezzabile intento di ridimensionare la capacità di influenza dei detentori del potere economico sulla competizione politica, rivelano, in realtà, una portata poco più che simbolica se si considera la possibilità, per chi possiede ingenti risorse economiche, di utilizzare le infinite, e assai meno trasparenti, possibilità di manipolazione dell’opinione pubblica offerte dalla Rete e dalle tecnologie digitali.[9]

COME CAMBIA LA COMUNICAZIONE?

Ciò premesso non è possibile rimanere inermi. Certo non è stata finora provata alcuna correlazione tra risultato elettorale e presenza sul web, ciononostante la possibilità di conquistare il consenso degli indecisi dell’ultimo momento – alle ultime europee in Italia erano tra i quattro e i cinque milioni – può essere abbastanza elevata se si riesce a impostare una strategia chiara, veicolando un messaggio forte e costante nelle settimane che precedono il voto.

Basti pensare che, con riferimento alle elezioni europee dello scorso anno, solo nell’ultimo mese di campagna l’Italia è stato il Paese in Europa dove si è pubblicato il maggior numero di post in assoluto. Sui maggiori account di partiti e leader politici ci sono stati oltre tremila messaggi pubblicati, più del doppio del Portogallo, secondo Paese in classifica, arrestatosi a 1.464 post[10].

In riferimento alla tornata politica di maggio, i contenuti di informazione elettorale nei 28 Paesi dell’Unione sono stati assorbiti per quasi il 90% dai social network, relegando alla stampa tradizionale una quota residuale, divisa tra inserzioni a pagamento sui giornali e manifesti elettorali.[11]

Non sorprende. I post sono spesso più rapidi dei tradizionali lanci d’agenzia, le informazioni disintermediate e istantanee, dirette tra il leader e il cittadino. 

Dal lato degli utenti, questo contesto determina la nascita di una rinnovata democrazia partecipativa, in cui la partecipazione politica non si esaurisce solo con l’appuntamento elettorale, ma è capace di impegnare i cittadini in modo costante.

Dal lato dei politici, le nuove tecnologie partecipative, seppur non siano sempre indice di una diretta proporzione tra il numero di followers e di elettori, restano un utile misuratore del consenso politico.

Certo sarebbe semplicistico ritenere che la Rete possa essere considerata in modo orwelliano come un grande fratello, quale controllore assoluto, altrettanto approssimativo però sarebbe indicarla lo strumento salvifico per eccellenza.

Nel sistema delineato, la comunicazione politica diventa interattiva, sfruttando tecnologie che consentono di esprimersi a distanza e sperimenta forme di democrazia diretta deliberativa. Tuttavia, agli aspetti sicuramente positivi che facilitano la partecipazione degli utenti online, non possiamo negare alcune difficoltà.

Occorre infatti valutare singolarmente e caso per caso le modalità con cui l’interazione viene articolata, la presenza di regole che disciplinano la partecipazione online e che consentono di constatarne rapidamente la correttezza.

I problemi poi che si innestano in questo discorso sono ancora più ampi. In primis l’accessibilità alla Rete. Volendo adottare uno slogan potremmo dire: chi ha la possibilità di accedere, sceglie!

In secondo luogo, un ulteriore aspetto da valutare riguarda i cd. decisori: chi stabilisce su cosa si vota? Chi pone il quesito su cui il popolo della Rete si esprime?

Non possiamo dimenticare che la Rete è principalmente un luogo di relazioni commerciali, in cui gli aspetti economici sono prevalenti e in cui spesso non spiccano contenuti o argomenti, quanto il budget investito nella promozione.

Non a caso, lo strumento più utilizzato per la campagna web delle ultime elezioni europee è stato quello di Facebook, dove le diverse forze politiche italiane hanno investito più di 660 mila euro per comunicare le proprie proposte agli utenti. Sulla piattaforma creata da Zuckerberg, nel corso dell’ultimo appuntamento elettorale, in Europa si è arrivati a spendere quasi quattro milioni di euro, in gran parte utilizzati per informare e orientare gli elettori attraverso le 6.686 inserzioni a pagamento.[12]

Secondo i dati pubblicati nella Libreria inserzioni di Facebook, Salvini ha registrato una spesa di poco inferiore a 130 mila euro, collocandosi subito dopo il PD. In terza posizione si è piazzato Silvio Berlusconi che ha investito poco meno di 100 mila euro per promuovere i post della propria pagina, a cui vanno aggiunti anche i 44 mila euro versati direttamente da Forza Italia per il profilo ufficiale del partito. M5S e Fratelli d’Italia, si collocano più in basso, con una spesa rispettivamente di 50 mila e di 30 mila euro. Poco di più, invece, circa 35 mila euro, sono stati investiti direttamente per la pagina di Giorgia Meloni.

Su Google le inserzioni, in volume e importo, sono state sensibilmente inferiori a quelle generate su Facebook con una spesa che è andata dai 33 mila euro dei democratici alle 23 mila della Lega[13].

D’altronde, riprendendo il pensiero di Nicolás Gómez Dávila, “il popolo non elegge chi lo cura, ma chi lo droga”.[14]

CONCLUSIONI

Ecco che allora se è necessaria una par condicio in Rete,come regolatori, ci dobbiamo domandare se, in termini pratici, abbiamo a disposizione strumenti normativi adeguati per garantire una informazione plurale e di qualità, soprattutto durante il periodo elettorale. Sicuramente la legge che regola la parità di accesso alla comunicazione politica, promulgata nel 2000, è ormai inattuale rispetto alle nuove esigenze comunicative; tuttavia, le garanzie di tutela non possono abdicare dinanzi all’emersione delle diverse abitudini informative.

Per cui, in un’epoca in cui i new media ci sottopongono a una campagna elettorale quasi permanente non si può mettere in dubbio la perdurante utilità delle regole in tema di par condicio.

L’istituzione del Tavolo tecnico per la garanzia del pluralismo e della correttezza sulle piattaforme digitalida parte di Agcom va proprio in questa direzione. Esso ha permesso di analizzare metodologie di prevenzione e rilevazione di contenuti online qualificabili come lesivi della correttezza, dell’imparzialità e del pluralismo dell’informazione.

Prima di tutto, l’adesione all’iniziativa, che vede la partecipazione della quasi totalità degli stakeholder (tra cui Google, Facebook, rappresentanti dei principali gruppi editoriali della stampa e radiotelevisione, le rispettive associazioni di categoria, nonché rappresentanti del mondo del giornalismo e della componente pubblicitaria) è un ottimo segnale.

Non solo. Il Tavolo si è attivamente impegnato per cercare un adattamento di alcuni principi generali dalla normativa esistente (legge n. 28/2000) anche al digital environment.L’Autorità ha infatti adottato un documento (recante Linee guida per la parità di accesso alle piattaforme online durante la campagna elettorale per le elezioni politiche 2018[15], riformulato anche per le elezioni europee dello scorso anno). Solo per fare un esempio, pensiamo al divieto in tema di comunicazione istituzionale, previsione che si è prestata più facilmente a un’applicazione anche online: il generico riferimento alla “comunicazione istituzionale” contenuta nella legge par condicio, infatti, non specifica attraverso quali strumenti e ne permette un’estensione anche all’online.

In seconda istanza, sebbene sia necessario pensare a strumenti maggiormente adatti alle nuove strutture comunicative, ancor di più lo è predisporre concretamente un percorso di educazione e formazione dei cittadini. La legislazione arriva inevitabilmente fino ad un certo punto, oltre può collocarsi solo la capacità critica del singolo. Non dimentichiamo che i nativi digitali sono già gli elettori di oggi!


[1] art. 3, co. 5, abrogato dall’art. 2 della legge n. 313 del 2003,

[2] Nel Codice la disciplina della comunicazione politica è contenuta nell’art. 3, il cui ambito di applicazione è limitato ai soli periodi menzionati. In particolare, il primo comma stabilisce quanto segue. «Nel periodo elettorale o referendario, i programmi di comunicazione politica che le emittenti televisive e radiofoniche locali intendono trasmettere devono consentire una effettiva parità di condizioni tra i soggetti politici competitori, anche con riferimento alle fasce orarie e al tempo di trasmissione».

[3] In questi termini R. BORRELLO, A. FROSINI, LA DISCIPLINA DELLA COMUNICAZIONE POLITICA RADIOTELEVISIVA IN ITALIA Vol. I – PREMESSE GENERALI E DI DIRITTO COMPARATO. LA DISCIPLINA DEI PERIODI ORDINARI

[4] La sanzione irrogata al Comune consiste nell’obbligo di pubblicazione, per quindici giorni, sul proprio sito web, di un messaggio che rechi l’indicazione di non aver rispettato quanto previsto dalla legge del 2000.

[5] Si vedano Corte Cost. 15 giugno 1972, sentenza. n. 105; Corte Cost. 30 maggio 1977, sentenza n. 94. Per un approfondimento si rinvia Cheli E., Libertà di informazione e pluralismo informativo negli indirizzi della giurisprudenza costituzionale, disponibile su www.cortecostituzionale.it

[6] K.R.Popper, J. Cardy, Televisione cattiva maestra, Roma, Donzelli, 1994, p. 24.

[7] Il 90% della popolazione vi accede per informarsi, mentre il 70% della popolazione utilizza anche internet come mezzo d’informazione.

[8] All’interno di Internet è tuttavia utile distinguere il contributo delle singole fonti digitali, differenziando tra quelle algoritmiche e quelle editoriali. Difatti, secondo le analisi Agcom, il consumo informativo finalizzato alla creazione di opinioni politiche, passa in maniera prioritaria attraverso quelle fonti digitali governate da algoritmi (28%), piuttosto che attraverso i siti web dei quotidiani o altri siti di informazione online (8%). Venendo al dettaglio dei siti ascrivibili alle fonti online algoritmiche, riscuotono maggior successo i social network (15%), seguiti dai motori di ricerca (14%), mentre gli aggregatori di notizie e portali, come ad esempio Google News, sono utilizzati per specifici scopi di formazione dell’opinione di voto dal 7% degli individui.

[9] In questi termini, M. Cuniberti, in Tecnologie Digitali e Libertà politiche, Riv. Diritto dell’Informazione dell’Informatica, Giuffrè, 2015, fasc. 2.

[10] European Elections Monitoring Center, “The Use of Facebook in the 2019 European Elections Campaign”, in EEMC Social Reports, n. 1 (27 maggio 2019), https://www.electionsmonitoringcenter.eu/article/a99b53a5-e61a-4def-ba42-c65e06e25ecc

[11] Emanuele Lauria, “Italia, record della propaganda social. I partiti usano Facebook più di tutti”, in La Repubblica, 19 maggio 2019, p. 6

[12] Si veda A.Lezzi, Comunicazione social dei partiti e narrazione euroscettica nelle europee 2019, Documenti Istituto Affari Internazionali, agosto 2019

[13] Dati pubblicati da Google Transparency: https://transparencyreport.google.com/political-ads/ region/EU?top_advertisers=q:;p:MTozMDo6RVU&lu=top_advertisers

[14] Nicolás Gómez Dávila (Bogotà, 18 maggio 1913 – Bogotà, 17 maggio 1994) è stato uno scrittore, filosofo e aforista colombiano.

[15] I tratti salienti delle linee guida sono i seguenti:

  1. Garantire la parità di accesso: le società che gestiscono le piattaforme devono informare debitamente i soggetti politici circa gli strumenti di comunicazione che possono mettere a loro disposizione offrendo loro pari opportunità.
  2. Trasparenza dei messaggi pubblicitari elettorali. La riconoscibilità del messaggio pubblicitario è un principio cardine della disciplina delle comunicazioni commerciali, anche online l’inserzionista e bene che la natura di “messaggio elettorale”, specificando, altresì, il soggetto politico committente.
  3. Contenuti illeciti la cui diffusione è vietata dalla legge. Il divieto di trasmissione di contenuti illeciti o gravemente lesivi della persona e della dignità umana è anche un principio generale a cui i media si devono conformare ed è stato esteso anche alle piattaforme online.
  4. Silenzio elettorale e diffusione dei sondaggi. È auspicabile che anche sulle piattaforme nei due giorni precedenti le votazioni non vi sia, da parte dei soggetti politici, alcuna forma di propaganda e che sia rispettato anche dagli OTT il divieto di pubblicazione dei sondaggi nei 15 giorni antecedenti il voto.
  5. Il divieto di comunicazione istituzionale nei periodi elettorali si applica in tout court ai canali Internet ed anche la Presidenza del Consiglio ha inviato alle amministrazioni una richiesta in tal senso.
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