Il pluralismo politico istituzionale sui nuovi media: Antonio Martusciello analizza quali siano le garanzie per il cittadino

Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli, 11 Maggio 2018

Lectio Magistralis

Prof. Antonio Martusciello

11 maggio 2018

Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli

 Premessa

Il convegno odierno chiude il ciclo di lezioni di Diritto dell’informazione, relative all’anno accademico 2018/2019, e si prefigge di approfondire grazie al contributo di importanti attori del mercato il tema delle garanzie per il cittadino nel contesto dell’informazione politica veicolata dai nuovi media.  Oggi svolgeremo dei brevi richiami ad alcuni concetti che abbiamo avuto modo di approfondire in aula – come la definizione di pluralismo – per analizzare le modalità con cui tali categorie si applicano allo scenario di una informazione politica multi-piattaforma.

Un particolare ringraziamento va relatori che oggi interverranno:

  • Virman Cusenza, Direttore “Il Messaggero”
  • Paolo Messa, Direttore centro studi Americani
  • Diego Ciulli, Public policy manager di Google
  • Antonio Noto, Direttore Ipr Marketing

Quanto precede, nella convinzione che un percorso formativo moderno si fondi su una osmosi tra l’Accademia e il Mercato, luogo quest’ultimo in cui i precetti teorici studiati in aula trovano concreta applicazione.  In questa ottica – e mi rivolgo agli studenti presenti in sala – potrete anche trarre beneficio dalla caratura internazionale degli ospiti odierni che rispecchia l’obiettivo del nostro corso, teso a studiare i temi dell’informazione nel mondo globale.

 

 PARTE I – LO SCENARIO: COME CAMBIA L’INFORMAZIONE?

 L’informazione: dalla carta ai bit

Come ricorderete quando ci siamo conosciuti nella prima lezione abbiamo introdotto il tema della rivoluzione digitale, la cui essenza è ben sintetizzata dal pensiero di Eraclito “non c’è nulla di immutabile, tranne l’esigenza di cambiare”.

Ecco quanto accade nel mondo dell’informazione, il cui sistema è soggetto a una radicale e crescente trasformazione, che sta rapidamente coinvolgendo forme di consumo, modelli di business, modalità di generazione, composizione e offerta del prodotto informativo, fino ad arrivare alla natura stessa della professione giornalistica.

Dal lato della domanda, si evidenziano modalità di fruizione differenti rispetto a quelle tradizionalmente conosciute. Se nell’informazione classica, ci si trovava dinanzi a un attore, piuttosto passivo, di un sistema consolidato, in quella attuale, i cittadini hanno, di converso, un ruolo sempre maggiore. Questi partecipano alla generazione delle notizie, in quello che assume le fattezze del citizen journalist, sia perché con le tecnologie comunicative – quali tablet o smartphone – anche gli users possono produrre materiale di interesse giornalistico, sia perché, con l’avvento delle piattaforme di condivisione sociale, essi possono attivamente partecipare al dibattito. Questi poi sono posti in una posizione spesso privilegiata se consideriamo che essi, attraverso la “viralità” delle comunicazioni in rete, diventano potenziali amplificatori delle news.

Anche l’offerta tradizionale delle testate giornalistiche viene sempre più veicolata online e per il tramite di piattaforme online. Accade così che stampa, ma anche radio e tv, si servano dei social network e dei motori di ricerca per veicolare i propri contenuti.

La conseguenza di questo sistema è che – mutando il processo produttivo – il cittadino viene sommerso da un information glut (intasamento) che non gli consente di distinguere le fonti di provenienza delle notizie e permette l’ingresso nell’ecosistema informativo di fonti estranee al circuito classico.

L’utente che naviga sull’applicazione o sul sito di Facebook si troverà quindi a leggere notizie di cronaca e attualità, o anche editoriali di note firme giornalistiche, tra l’aggiornamento dello stato del proprio amico/conoscente e le pagine sponsorizzate di nuove attività commerciali nella propria città, con effetti rilevanti sulla propria capacità di decodificare correttamente la notizia e di formarsi una propria opinione in merito.[1]

Del resto proprio prendendo in considerazione Facebook, secondo i dati presentati dall’Autorità a febbraio scorso, nell’ambito del Rapporto sul Consumo di informazione – esso rappresenta il principale social network utilizzato anche per reperire notizie (dal 30% degli italiani). Ma le modalità informative risultano totalmente stravolte se pensiamo che addirittura Instagram, nato come piattaforma di self-expression, in cui sono presenti principalmente immagini con un breve commento, viene anch’esso utilizzato per tali finalità (6%), segnando un nuovo modo di comunicazione che utilizza principalmente la componente visuale, in grado persino di superare il tanto amato Twitter (5,8%).

Strumenti sorti con intenti ludico-socializzanti divengono quindi fonti principali nella dieta mediatica dei lettori, ma anche dei giornalisti. Secondo i dati raccolti nell’ambito dell’Osservatorio sul Giornalismo di Agcom, ben il 36% di essi ha infatti dichiarato di utilizzare Instagram, ciò a riprova di come il mutamento coinvolga anche la professione giornalistica.[2]

Non solo social. Una rilevanza pari a questi è rivestita anche dai motori di ricerca, utilizzati con le medesime finalità dal 36,5% dei cittadini; e dalle piattaforme video come YouTube, consultata a fini informativi dall’11,2% degli utenti.

 

La disintermediazione online: un mito da sfatare?

I dati poc’anzi richiamati sicuramente dimostrano la pervasività del mezzo Internet, ma soprattutto permettono di concludere che il consumo di informazione per una percentuale rilevante della popolazione può avvenire in modo disintermediato, mediante modalità in cui le notizie sono confuse con altre informazioni, e contemporaneamente ad altre attività.

Ma possiamo veramente ritenere che questo processo di acquisizione delle notizie avvenga senza alcun tipo di intermediazione?

Partiamo da alcune precisazioni. Nell’ambito dell’informazione online, esiste una vasta pluralità di fonti, che si differenziano per tipologia di editore (tradizionale, nativo digitale), fase nella catena produttiva e distributiva dell’ecosistema informativo (editori, blog, piattaforme), modalità di diffusione (editoriale e algoritmica).

Accade quindi che, qualora l’accesso alle notizie avvenga in modo diretto, attraverso le fonti editoriali, i lettori manifestano l’intento di reperire contenuti proprio dai siti degli editori, in quanto espressione della reputazione e dell’affidabilità tipica degli storici marchi informativi.

Uno studio britannico partendo da tale circostanza, ha formulato interessanti conclusioni. La corretta attribuzione della fonte di provenienza di una notizia generalmente dipende dal tipo di accesso alla notizia: essa è più alta in caso di accesso diretto al contenuto o al relativo sito editoriale, rispetto ai casi di accesso tramite aggregatori, motori di ricerca e social media. In caso di accesso tramite piattaforma, invece, questa è legata alla fedeltà al marchio editoriale, al tipo di notizie che l’editore veicola (più alta se si tratta di testate che diffondono hard news), al tipo di notizia letta (più alta se si tratta di un editoriale), e all’età (più alta per gli utenti più giovani).[3]

Ulteriore modalità di diffusione è quella algoritmica. In un contesto caratterizzato dallo “spacchettamento” del prodotto informativo e da una fruizione frammentata dei contenuti (articoli, commenti, video, post, ecc.), le piattaforme digitali fungono da intermediari per l’accesso all’informazione online, con il rischio che il fruitore non abbia piena consapevolezza circa la natura e la provenienza delle notizie.

In questo contesto i dati sono emblematici. Nell’ambito di quanti si informano online, gli algoritmi informano ben il 54,5% della popolazione (è questa la percentuale di italiani che reperisce notizie attraverso social network, motori di ricerca, aggregatori, in generale le piattaforme digitali), a fronte del 39% raggiunto da siti web e applicazioni degli editori.

La trasformazione in atto si rileva anche analizzando ranking dei media utilizzati per informarsi sulle scelte politico-elettorali: Internet raggiunge ben il 34% del campione analizzato dall’Autorità. Anche in questo caso, infatti, il consumo informativo finalizzato alla creazione di opinioni politiche o al compimento di scelte elettorali, passa in maniera prioritaria attraverso quelle fonti digitali governate da algoritmi, piuttosto che attraverso i siti web o le app di quotidiani o altri siti di informazione online: 28% a fronte dell’8%. E analizzando in dettaglio queste percentuali, il peso di social e motori di ricerca appare predominante, essi sono rispettivamente seguiti dal 15% e dal 14% degli italiani, distaccando aggregatori di notizie che sono utilizzati dal 7%.

Ecco che allora in tale contesto la disintermediazione resta solo un mito da sfatare. Dal lato degli utenti, questi diventano strumenti sempre più necessari per creare un contatto con un’ampia offerta di servizi e prodotti presenti sul web; dal lato degli editori, essi costituiscono un punto di approdo necessario per raggiungere i consumatori.

Se quindi le piattaforme divengono dei veri e propri gatekeeper per l’accesso all’informazione, sembra trovare una rinnovata attualità quell’esigenza di pluralismo informativo, sebbene pensata per una realtà profonda diversa e formata in un contesto di scarsità delle risorse trasmissive.

Stili informativi e orientamenti politici conducono a radicali modifiche circa le modalità di partecipazione del cittadino al dibattito politico e anche le tutele ivi preposte sembrano destinate a un’evoluzione.

 

PARTE II – IL CONCETTO DI PLURALISMO E I NEW MEDIA

 Il concetto di pluralismo: quale evoluzione?

 La conoscenza delle nuove dinamiche di formazione delle scelte politico-elettorali da parte dei cittadini italiani attraverso i mezzi informativi è di primaria importanza per l’Autorità, in ragione dei compiti a essa attribuiti dalla legge istitutiva in materia di tutela del pluralismo informativo e della parità di trattamento dei soggetti politici in periodo elettorale.

A beneficio degli studenti presenti in sala, mi sia consentito dai relatori riprendere alcuni concetti già esposti durante il corso, che ci saranno utili nel prosieguo del dibattito.  Partiamo da quella bipartizione tra pluralismo interno ed esterno compiuta dalla Corte Costituzionale. Se il primo (pluralismo interno) si concretizza attraverso “l’apertura del mezzo informativo alle diverse tendenze politiche e culturali presenti nel Paese”, garantendo, dunque, l’imparzialità e l’obbligo di apertura di esso alle dette tendenze; il secondo (pluralismo esterno) riferendosi alla struttura del mercato, impone la necessità di una pluralità di operatori attivi nella comunicazione, con contestuale possibilità di accesso al mercato dell’informazione di soggetti privati, al fine di evitare la concentrazione delle risorse nelle mani di uno o di pochi soggetti.

Certo, la giurisprudenza costituzionale sul pluralismo informativo si è formata in un contesto di scarsità delle risorse trasmissive che la rivoluzione digitale ha però profondamente mutato, consentendo un numero tendenzialmente illimitato di contenuti. Tuttavia queste esigenze non sembrano scomparire nel contesto odierno.

Sebbene sia complesso calare concetti pensati per il sistema radiotelevisivo in una realtà diversa, proviamo a capire come essi possano essere declinati al mezzo Internet. In Rete – come abbiamo rilevato – le possibilità di informarsi sono molteplici: si può fare ricorso all’informazione prodotta da operatori tradizionali, pensiamo alle grandi testate giornalistiche che hanno sviluppato piattaforme online anche con un orientamento internazionale, oppure all’informazione fornita da società digitali pure come blog, siti di informazione dedicati, ma anche tramite social media. Se quindi osserviamo il mercato delineato in una prospettiva di pluralismo interno, possiamo sicuramente riscontrare la presenza di una molteplicità di fonti.

Ma se andiamo ad analizzare questo sistema nella prospettiva del pluralismo esterno possiamo ritenere ugualmente raggiunto questo obiettivo?

Non è semplice fornire una risposta netta.

Da un lato, infatti, non possiamo escludere una situazione di concentrazione e di dominanza nella diffusione di contenuti informativi: il risultato delle nuove modalità di concorrenza nei settori della comunicazione, mostra come siano pochi gli operatori che da moderni Caronte riescano a traghettare il lettore verso le notizie. Ciò rischia di impedire una offerta ampia e diversificata, frenando il formarsi di uno spazio dedicato alle diverse voci provenienti dalla società civile, con la conseguenza che un numero limitato di soggetti può influenzare e alterare il corretto svolgimento del dibattito, anche politico.

La diffusione delle nuove tecnologie infatti non necessariamente si traduce in effettiva pluralità, qualora priva di un concreto pluralismo di idee e opinioni e il cittadino difficilmente riesce a trovare i mezzi per formare una opinione e libera da distorsioni e condizionamenti.

Dall’altro, tecniche di controllo e gestione delle preferenze espresse dagli utenti nell’esperienza di navigazione rendono più complesso anche l’accesso da parte di fornitori di contenuti diversi da questi big players.

Il rischio è che la privazione della libera concorrenza possa non solo di condizionare gli aspetti economici del sistema, ma soprattutto il cd. market place of ideas. Del resto, come rilevava il famoso giudice della Corte Suprema Usa, Louis Brandeis: “in una società democratica, l’esistenza di grandi centri di potere privati è pericolosa per la vitalità di un popolo libero”.

 

I rischi dell’information tra polarizzazione ed echo chamber

In tale contesto disintermediato – o meglio intermediato dagli algoritmi – occorre principalmente contrastare quei fenomeni patologici dell’informazione volti a polarizzare ideologicamente i cittadini.

Ma come avviene la polarizzazione?

Più praticamente questo processo si fonda su alcune faglie, su elementi di vulnerabilità.  In primo luogo, l’aggregazione di diverse fonti, ostacola il lettore nel source-checking, con la conseguenza che esso si focalizzi più sulla storia che sulla provenienza della notizia.

In secondo luogo, la selezione su cui si articola l’offerta fondata su contenuti che amici e contatti hanno condiviso o sulla base degli algoritmi può potenzialmente favorire i lock-in ideologici.

La conseguenza è che se gli utenti ritengono che sia troppo costoso cercare e convalidare notizie da fonti diverse, potrebbero invece fare affidamento su informazioni distorte che corrispondono ai loro preconcetti. Secondo Filippo Menczer, del Center for Complex Networks and Systems Research (CNetS), la disinformazione online segue la struttura della rete e tende a polarizzare l’aggregazione di contenuti e di persone.

In questo modo nascono quelle “echo chambers”, in cui agli utenti sono presentate in maniera amplificate soltanto le notizie che già riflettono le opinioni e preferenze politiche che si presumono favorite in base a quelle scelte in precedenza o ad altri parametri di personalizzazione. In questo modo le narrazioni possono arrivare a essere autoreferenziali e l’informazione polarizzata.

In tal senso, anche le evidenze scientifiche – fornite dall’Autorità – hanno dimostrato il legame tra i mezzi informativi utilizzati per determinare le scelte politico-elettorali e il livello di polarizzazione degli elettori.  Gli individui politicamente più attivi, e quindi più schierati anche dal punto di vista ideologico, ricorrono, in maniera piuttosto ampia a Internet come mezzo di comunicazione per il formarsi delle scelte politico-elettorali.

Dunque, le piattaforme governate da algoritmi sono molto più utilizzate dagli individui con elevato grado di polarizzazione rispetto alla media della popolazione italiana.

Ne risulta un quadro in cui questo fenomeno opera già a livello di selezione del mezzo, poi cresce a seguito delle azioni compiute sui social network dagli utenti più attivi e diventa virale grazie alla potenza degli algoritmi che aumentano il livello di interazione sulla Rete.

Se infatti motori di ricerca, social network, portali, siti ci restituiscono una realtà che è impostata secondo i criteri che noi stessi abbiamo, anche involontariamente, fornito attraverso le nostre ricerche, navigazioni, condivisioni su Internet, il risultato è che questa realtà tende ad assomigliarci anche troppo e a non dirci nulla di quello che non conosciamo.

In termini di formazione dell’opinione politica, ne consegue che il cittadino-elettore è portato ad avere un consumo di notizie provenienti da fonti a lui politicamente o socialmente affini, escludendo quindi una serie di informazioni più distanti, ma che potrebbero concorrere alla formazione di un’opinione critica sui fatti.

Tali circostanze dimostrano come, dietro la crescente prevalenza di questi strumenti, si manifesti la progressiva scomparsa di voci reali, troppo spesso soffocate nella conversazione pubblica.  Ecco che allora la Rete, in assenza di controlli tipici dei media tradizionali, rischia di inquinare il public discourse.

 

PARTE III – QUALI GARANZIE E RIMEDI?

 Quale futuro tra arretramento della politica e tendenza autoregolamentare delle piattaforme?

In questo panorama, il dato che emerge è un sostanziale arretramento dell’azione politica, cui si contrappone la spiccata tendenza autoregolamentare degli operatori i quali, nel silenzio normativo, disciplinano uno spazio che, sebbene immateriale, è capace di incidere sulle strutture democratiche dei Paesi.

Certo non possiamo negare che varie sono state le iniziative adottate dai singoli Stati.

A LIVELLO INTERNAZIONALE

Nell’analizzare gli interventi, partirei dagli Stati Uniti e non potrebbe essere diversamente se consideriamo nel 1992 fu un giovane Bill Clinton, candidato alla Presidenza degli Stati Uniti, a utilizzare per la prima volta le e-mail per comunicare con gli lettori, segnando un passo storico nel modo di “fare politica”.

Oltreoceano, i due senatori democratici Mark Warner e Amy Klobuchar e il repubblicano John McCain hanno presentato una proposta di legge –Honest Ads Act – fondata su una visione ben precisa. In primo luogo, essa intende modificare il Bipartisan Campaign Reform Act del 2002 ampliandolo anche a Internet. Tale normativa ha, da un lato limitato i contributi dei gruppi di interesse, dall’altro introdotto la “Stand By Your Ad” che impone anche alle radio di includere, nei messaggi politici diffusi, l’identificazione del candidato supportato e l’approvazione di quest’ultimo.

In secondo luogo, il disegno di legge intende imporre alle piattaforme con almeno 50 milioni di utenti obblighi informativi su tutte quelle inserzioni per le quali siano stati investiti più di 500 dollari.

In terzo luogo, la proposta richiede alle piattaforme dei “reasonable efforts” per assicurarsi che non ci siano influenze straniere per condizionare le elezioni[4].

Un intento lodevole, ma non sufficiente, se consideriamo, ad esempio, che per la metà delle inserzioni oggetto del Russiagate – secondo quanto dichiarato dal vicepresidente delle politiche di comunicazione di Facebook, Elliot Schrage – sono stati spesi meno di tre dollari. È chiaro quindi che la valuta non possa costituire un valido criterio per identificare un’attività sospetta.

In Europa, la situazione non sembra migliore. In UK, il Parlamento britannico ha avviato un’inquiry per verificare se la disinformazione abbia influenzato il referendum sulla Brexit. Diversamente, il watchdog australiano ha concentrato le sue inchieste sul potere di mercato di Facebook e Google con un focus specifico sui media.

In Germania, la lotta alla disinformazione ha portato, nell’ottobre del 2017, all’approvazione della Netzwerkdurchsetzungsgesetz, una legge che promette alle piattaforme tecnologiche multe fino a 50 milioni di euro, se non riusciranno a rimuovere l’incitamento all’odio o altro materiale “ovviamente illegale” entro 24 ore.

Il problema è però più ampio e le misure finora adottate scarse. Non si tratta più e solo di contrastare le fake news, ma è necessario combattere forme di manipolazione che mettono in crisi i sistemi democratici. Non dimentichiamo che l’art. 3, Protocollo I, della Convenzione dei diritti dell’uomo, sancisce anche un diritto a delle libere elezioni, che può essere garantito solo se l’elettorato si forma su un’informazione libera. Ecco che per raggiungere tale obiettivo si pone la necessità di distinguere, non solo tra notizie verificate e non, ma anche, all’interno di queste ultime, tra quelle false, superficiali o pilotate allo scopo di attirare audience, e di prevedere un sistema in grado di arginare ciascuna di queste criticità informative.

A LIVELLO NAZIONALE

In Italia, così come nella maggior parte degli ordinamenti statali europei, l’intervento pubblico in materia di informazione online, anche politica, si scontra con l’assenza di una disciplina legislativa organica e aggiornata, in grado di apprestare strumenti di garanzia e regolamentazione delle nuove forme di manifestazione della libertà di espressione in attuazione dei principi costituzionali che governano la materia.

Come regolatori allora, ci dobbiamo domandare se, in termini pratici, abbiamo a disposizione strumenti normativi adeguati per garantire una informazione plurale e di qualità, soprattutto durante il periodo elettorale.

La legge che in Italia regola la parità di accesso alla comunicazione politica – la cd. par condicio – è stata promulgata nel 2000 (legge 22 febbraio 2000, n. 28), quando Internet funzionava ancora nella sua versione più primordiale.  Come noto, questa si rivolge principalmente al mezzo radiotelevisivo, in ragione della riconosciuta “pervasità” di tale mezzo di comunicazione riconducibile alla sua idoneità a influire sulla formazione del consenso e dell’opinione degli utenti/telespettatori.

Solo due disposizioni della predetta legge sono dedicate alla stampa quotidiana e periodica (artt. 7 e 8) e soprattutto è assente dal dettato normativo ogni esplicito riferimento al mondo della Rete, circostanza che non consente di ampliare l’ambito di applicazione della legge.

Si tratta infatti di una legge speciale, di stretta interpretazione e non suscettibile di interpretazione analogica o estensiva: la conseguenza è che Internet e siti web restano inevitabilmente fuori dal raggio di tutela delle citate disposizioni. Solo le testate online regolarmente registrate, in quanto assimilate a quelle cartacee registrate, sono suscettibili di essere ricomprese nell’alveo della legge, ai fini dell’applicazione degli articoli 7 e 8.

Ulteriore conseguenza è che i poteri di intervento dell’Autorità rischiano di variare a seconda della qualificazione giuridica dei diversi soggetti che distribuiscono notizie, articoli giornalistici e programmi e altri contenuti diffusi online, a danno del pluralismo e dei sistemi di formazione del consenso elettorale, quando queste riguardano la comunicazione politica.

Ma, al di là della consapevolezza di non poter applicare tale disposto normativo, è chiara anche la sua inattualità e inadeguatezza. A tal riguardo, in dottrina è stato evidenziato come meccanismi incentrati sulla distribuzione di spazi di comunicazione tra le forze politiche, ad esempio, perdono sempre più di significato in un contesto caratterizzato dalla crescita della capacità trasmissiva e dalla proliferazione dei canali; o come ancora, misure come il divieto di trasmettere in televisione spot pubblicitari di argomento politico, se pure mossi dal lodevole intento di ridimensionare la capacità di influenza dei detentori del potere economico sulla competizione politica, rivelano, in realtà, una portata poco più che simbolica se si considera la possibilità, per chi possieda ingenti risorse economiche, di utilizzare le infinite, e assai meno trasparenti, possibilità di manipolazione dell’opinione pubblica offerte dalla Rete e dalle tecnologie digitali.[5]

Ciononostante, non è comunque immaginabile rimanere immobili.

Solo guardando alle tutele costituzionali, si potrebbe riflettere sulla profonda disparità di trattamento che tale situazione genera e argomentare su una possibile violazione di quell’art. 3 Cost., che induce a pretendere regole uguali dinanzi a medesime situazioni a prescindere da chi sia l’autore delle regole.

AGCOM

Consci di tali circostanze e con lo scopo di garantire uno spazio ispirato ai principi democratici anche in Rete, Agcom ha di recente istituito il Tavolo tecnico per la garanzia del pluralismo e della correttezza sulle piattaforme digitali. Questo organismo ha il compito di facilitare, promuovere e rafforzare il coordinamento tra gli attori economici e istituzionali operanti nel sistema dell’informazione online, favorendo lo scambio di dati, studi e buone pratiche per l’individuazione e il contrasto dei fenomeni di disinformazione online.

Al Tavolo, che rappresenta un unicum nel suo genere, partecipano rappresentanti delle piattaforme online (Google, Facebook, Wikipedia), di tutti i maggiori editori nazionali (di quotidiani, radio e Tv), della professione giornalistica, della componente pubblicitaria, delle associazioni di categoria, comprese quelle che rappresentano i consumatori, nonché di istituzioni accademiche e di centri ricerca.

Il Tavolo, che studia metodologie di prevenzione e rilevazione di contenuti online qualificabili come lesivi della correttezza, dell’imparzialità e del pluralismo dell’informazione, promuoverà, segnatamente nel corso delle campagne elettorali, la parità di trattamento e l’imparzialità a favore tutti i soggetti politici, nonché l’adozione di procedure di notice & take down di contenuti che dovessero essere lesivi del pluralismo.  In esito di questo percorso ci si auspica, l’adozione di codici di condotta, che, in assenza di norme primarie, dovranno essere ascritti al campo della autoregolamentazione.

In tal senso, deve collocarsi anche la recente adozione delle Linee guida per la parità di accesso alle piattaforme online durante la campagna elettorale per le elezioni politiche 2018. Nell’ambito del Tavolo Tecnico, infatti, Agcom ha adottato un documento volto a identificare i principi generali che informano la par condicio elettorale per cercare modalità che consentano di estenderne l’applicazione a tutti i mezzi di informazione.

Il documento rappresenta solo il primo degli obiettivi operativi di questo Tavolo, che certo non ha esaurito la sua vis propulsiva. A tal riguardo, nel mese di febbraio, durante la presentazione delle Linee guida, l’Autorità ha dato vita a sotto-tavoli tematici[6] finalizzati all’esame di questioni concrete rispetto alle quali si attende il massimo impegno da parte degli attori coinvolti per l’individuazione di soluzioni operative condivise che possano offrire al mercato e agli operatori elementi di trasparenza.

In tal senso sono stati mutuati alcuni principi generali dalla normativa esistente (legge n. 28/2000) ed esaminati per cercare un adattamento anche al digital environment.

Pensiamo alla disciplina sui sondaggi contenuta nella legge 28/2000, rispetto alla quale le Linee guida manifestano l’intento di identificare procedure che consentano all’Autorità di segnalare alle piattaforme online contenuti che diffondono sondaggi nei 15 giorni antecedenti il voto.

Del resto le esigenze di tutela restano le medesime sia sui mezzi tradizionali che sulle piattaforme online. Il divieto di comunicazione istituzionale, ad es., può innegabilmente riguardare anche l’utilizzo di account istituzionali di social media per la diffusione di messaggi e comunicazione istituzionale. Sul tema la Presidenza del Consiglio, alle scorse elezioni, ha invitato le amministrazioni a utilizzare i propri canali di comunicazione via internet in modo rispettoso dei principi espressi dalla legge in occasione di consultazioni elettorali e anche nelle Linee guida ne è stato fatto espresso richiamo.

Stante l’attuale quadro normativo di riferimento, il risultato può costituire un buon punto di partenza per le future e ulteriori iniziative da intraprendere, mostrando anche una più concreta consapevolezza verso il fenomeno disinformativo da parte delle piattaforme, che hanno condiviso il documento.

Conclusioni

 Certo per assicurare un’effettiva e concreta tutela del pluralismo informativo anche in Rete non è possibile applicare quasi meccanicamente regole previste per un sistema analogico o tipico dei media tradizionali. Occorre uno sforzo maggiore che consenta di limitare un possibile uso distorto della Rete.

È necessario comprendere che siamo di fronte, non più a meri strumenti di navigazione o a un insieme di apparati elettronici (software e hardware) che ne costituiscono la struttura[7], ma a vere e proprie strutture sociali. Ecco che allora, se anche il mondo dell’informazione, veicolato per il tramite di nuove entità, è soggetto a una radicale trasformazione, è chiaro come non si tratti solo più di disciplinare un mezzo tecnologico, ma di ripensare all’intero sistema di tutele.

Una sfida concreta quella che ci impegna. Non dimentichiamo che l’Europa sarà impegnata l’anno prossimo alla competizione elettorale con lo scopo di eleggere i membri del Parlamento, anche la Grecia sarà chiamata a rinnovare la legislatura nel 2019, ma ancora, spostandoci al di là dell’Oceano, il Canada si prepara alle elezioni federali.

Per combattere quindi quel capitalismo di sorveglianza, analisi dei big data e mancanza di trasparenza algoritmica, accanto a cambiamenti diffusi nel modo in cui le persone consumano notizie e informazioni politiche, forse un primo passo può essere compiuto in termini puramente tecnologici.

Un utilizzo ambiguo delle tecnologie infatti produce forme di partecipazione molto fragili in considerazione dell’assenza di quella che potremmo definire una telematica neutrale.

Ma per realizzare concretamente questi obiettivi, dobbiamo guardare anche alla tenuta di una sapiente regia di azione: un diritto che fissi regole e principi, e non un diritto governato dalla tecnologia.

Da un lato dobbiamo escludere che la Rete, come in un mercato in concorrenza perfetta, possa di per sé svolgere un ruolo di riequilibrio delle molteplici diseguaglianze e asimmetrie che affliggono il mondo dell’informazione e della comunicazione; dall’altro, in modo conseguente, non possiamo prescindere da una disciplina a tutela del pluralismo, intesa in senso dinamico, non in quanto accesso a una mera pluralità di contenuti, ma a contenuti differenti. Solo in questo modo si potrà garantire una corretta e libera formazione opinione critica.

Domande per i relatori

 Virman Cusenza, Direttore “Il Messaggero”

L’aspetto positivo delle Fake News è quello di aver riportato in auge la professione del giornalista. Nel mondo dell’informazione digitale, caratterizzato ampi profili di disinformazione, da più parti si evoca la funzione del giornalista come nume tutelare della “verità” intesa come verifica delle fonti e autorevolezza della testata.

È possibile che le contraddizioni insite nella Rete creino le premesse per una nuova primavera dei giornali? Quale ruolo può avere la professione del giornalista, con le sue regole deontologiche, nello scenario dell’informazione online?

Paolo Messa, Direttore Centro Studi Americani

Guardare agli Stati Uniti significa da sempre avere uno sguardo verso il futuro.  In particolare, le elezioni presidenziali americane sono immancabilmente un laboratorio dove le nuove tecniche di comunicazione politica vengono sperimentate per poi essere successivamente adottate nella vecchia Europa.  Ho citato prima il caso di Clinton, ma è stato così anche per le più recenti elezioni di Obama e Trump dove i social network hanno avuto un ruolo cruciale.

 Dal tuo osservatorio privilegiato di Direttore del Centro Studi Americani, ci puoi illustrare quali sono le nuove tendenze della comunicazione politica e soprattutto quali sono le garanzie per i cittadini anche alla luce dei recenti scandali (es. Facebook-Analytica) che hanno visto il Congresso americano impegnato in prima linea, prefigurando anche interventi di carattere legislativo? 

Diego Ciulli, Public policy manager di Google

 Google è alla costante ricerca di un punto di equilibrio con il mondo dell’editoria tradizionale: il fondo per l’innovazione della Digital News Initiative è uno strumento che va in questa direzione. Il suo scopo è quello di finanziare progetti in seno al giornalismo digitale, basati su modelli di business sostenibili o che addirittura cambino il modo in cui gli utenti consultano le news.

 Ci può illustrare se avete raggiunto risultati significativi in questa direzione o se all’orizzonte si intravedono iniziative di successo nell’editoria digitale che coniughino redditività e la qualità dell’informazione?

Antonio Noto, Direttore IPR Marketing

Dopo le elezioni politiche del marzo 2018 abbiamo assistito al tormentone su quale mezzo di comunicazione abbia “vinto le elezioni”. Da più parti è stata evocata la figura retorica dello “Stato Social”, per significare che, anche in Italia, la Rete è diventata il principale fattore coagulante del consenso elettorale.  Diversamente, gli Internet-scettici, sostengono che i mezzi classici abbiano ancora un perso influente nelle campagne elettorali e che i social siano in grado di generare solo un consenso volatile.

Come IPR Marketing, in base alle analisi che svolgete sulla pubblica opinione e sui comportamenti dei cittadini, ritenete possibile dare un verdetto definitivo sul ruolo svolto in Italia da Internet in tema di pluralismo politico? È possibile altresì dare anche un giudizio qualitativo circa la comunicazione politica fatta attraverso la Rete rispetto ai mezzi classici?

Fonti:

[1] Cfr. pag. 40 del Rapporto sul Consumo di informazione di Agcom.

[2] AGCOM, Osservatorio sul Giornalismo – II edizione.

[3] Kalogeropoulos, A., Newman, N. (2017), “I saw the news on Facebook”. Brand Attribution when Accessing News from Distributed Environments, www.digitalnewsreport.org.

[4] https://www.congress.gov/bill/115th-congress/house-bill/4077/cosponsors?pageSort=alpha

[5] In questi termini, M. Cuniberti, in Tecnologie Digitali e Libertà politiche, Riv. Diritto dell’Informazione dell’Informatica, Giuffrè, 2015, fasc. 2.

[6] I tavoli riguardano:

  • Metodologie di classificazione e rilevazione dei fenomeni di disinformazione online.
  • Definizione dei sistemi di monitoraggio dei flussi economici pubblicitari, da fonti nazionali ed estere, volti al finanziamento dei contenuti fake.
  • Fact-checking: organizzazione, tecniche, strumenti ed effetti.
  • Media literacy e disinformazione online.
  • Progettazione e realizzazione di campagne informative su disinformazione rivolte ai consumatori.

[7] Contrario a questa ricostruzione M. Cuniberti, in Tecnologie Digitali e Libertà politiche, Riv. Diritto dell’Informazione dell’Informatica, Giuffrè, 2015, fasc. 2.

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