DIGITAL EUROPE 2021-2027: IL NUOVO PROGRAMMA FINANZIARIO PER IL FUTURO DIGITALE DELLA UE

Roma, Confcommercio, Piazza G. Belli 2, 15 Novembre 2019

DIGITAL ECONOMY: REGOLE E MERCATI

L’ormai avvenuta presa di coscienza verso il digitale ha sviluppato programmi sull’industria 4.0[1], con iniziative che vanno da incentivi agli investimenti, al miglioramento nell’accesso al credito, a programmi di ricerca e innovazione, a misure di promozione della digitalizzazione e relative competenze, a misure regolamentari. Tuttavia, l’adeguamento verso la digital transformation è ancora working in progress.

Di questo ne è sempre più consapevole il Legislatore europeo che ha inteso sostenere la digitalizzazione delle sue società ed economie attraverso l’istituzione di un nuovo programma di finanziamento per gli anni 2021-2027. Come noto, il programma Europa digitale erogherà finanziamenti a progetti in cinque settori fondamentali: supercalcolo (High Performance Computing, c.d. HPC), intelligenza artificiale, cibersicurezza, competenze digitali avanzate e garanzia dell’ampio utilizzo delle tecnologie digitali in tutti gli ambiti economici e sociali.

Viene così introdotto un nuovo strumento nell’ambito del “Mercato unico, innovazione e agenda digitale” che si accompagnerà a quelli già esistenti per il finanziamento delle attività di ricerca e innovazione nel campo delle tecnologie digitali, come ad esempio il programma Horizon. Un supporto importante tenuto conto che i due programmi potranno operare in modo interdipendente: Horizon tramite investimenti essenziali per la ricerca e l’innovazione e Digital Europe attraverso il rafforzamento e la diffusione delle infrastrutture e le capacità digitali necessarie per sostenere la ricerca futura nel settore.

Alexandru Petrescu, ministro delle comunicazioni e della società dell’informazione della Romania e presidente del Consiglio dell’Unione europeo ha dichiarato che questo nuovo progetto “aiuterà le imprese europee, soprattutto le più piccole, a beneficiare delle ampie opportunità della trasformazione digitale, nonché a sviluppare e incrementare il vantaggio competitivo. Al tempo stesso, contribuirà in misura significativa a colmare il divario digitale, affinché tutti dispongano delle competenze e conoscenze necessarie per partecipare pienamente a una società digitalizzata.”[2]

Del resto, la situazione attuale richiede uno sforzo in più per sfruttare concretamente le opportunità e i benefici del digitale. Secondo il McKinsey Global Institute, solo qualche anno fa, nel 2016, l’Europa funzionava solo a circa il 12% del suo potenziale digitale, rispetto al 18% degli Stati Uniti. Inoltre, anche all’interno dell’Unione si rilevava un’enorme disparità: mentre la Francia operava al 12% delle sue “digital potential”, la Germania al 10% e il Regno Unito al 17%.[3]

Dall’edizione 2019 del rapporto Il Digitale in Italia, presentato qualche giorno fa da Anitec-Assinform, l’Associazione delle imprese dell’ICT aderente a Confindustria in collaborazione con NetConsulting cube, nell’anno appena trascorso, emerge che le grandi imprese (oltre 250 addetti) hanno destinato il 58,7% degli investimenti ICT, contro il 18,7% delle medie (50-249 addetti) e solo il 22,6% delle piccole (1-49 addetti). Circostanza su cui riflettere considerando che sono proprio queste ultime ad avere un peso in termini di occupazione e Pil proporzionalmente più elevato.

Uno stallo che però è anche collegato alla mancanza di un’adeguata indipendenza tecnologica. L’obiettivo è quindi dotare l’UE di un’infrastruttura HPC (High Performance Computing) propria, che le consenta di competere a livello globale.

Solo guardando agli Stati Uniti, il Continente risulta un importatore netto di servizi digitali, con un deficit commerciale digitale pari a circa il 5,6% del totale dei servizi commerciali tra l’Unione europea e gli Stati Uniti (fonte McKinsey Global Institute). Un gap riconosciuto anche dalla Commissione, la quale ha evidenziato che, nel calcolo ad alte prestazioni, l’offerta insufficiente sta spingendo gli scienziati e gli ingegneri dell’UE ad avvalersi massicciamente di risorse di calcolo esistenti al di fuori dell’Europa, in particolare negli Stati Uniti d’America, dove i programmi governativi mantengono l’offerta di sistemi informatici di fascia alta al massimo livello di prestazione.

Un divario digitale che oggi viene ulteriormente aggravato soprattutto per quei paesi europei con una predisposizione all’IA relativamente bassa.

Il ritardo verso lo sviluppo/adozione di queste tecnologie può costare all’Europa un “mancato guadagno” di circa 2,7 trilioni di euro (se espresso in percentuale di circa del 20%) che potrebbe essere aggiunto alla produzione economica entro il 2030[4].

Colmando quindi l’attuale divario con gli Stati Uniti, la crescita del PIL europeo potrebbe accelerare di altri 0,5 punti all’anno (ovvero di 900 miliardi di euro) entro il 2030.

Interessante è allora lo stanziamento di 2,5 miliardi di euro previsto dalla Digital Europe per cercare di sanare il gap.

DIGITAL SKILLS

Da un lato la mobilitazione di investimenti pubblici e privati è sicuramente positiva, essa però per essere efficace deve anche stimolare una maggiore convergenza tra i due settori. Dall’altro, iniziative a favore dell’istruzione, della formazione, ma anche dell’attrazione dei talenti sono essenziali.

Infatti, nonostante i programmi istituiti dall’Unione europea, la frammentazione delle attività di ricerca e sviluppo nei settori pubblico e privato conduce a inefficienze.

In questo contesto, diventa chiaramente necessaria la promozione di programmi strutturati per la più ampia divulgazione e diffusione della cultura digitale, capaci di colmare il “digital skill gap” degli utenti dell’Unione e favorire gli investimenti finanziati sulle nuove tecnologie digitali AI, Blockchain e Cybersecurity, oltre alla potenza di calcolo con i computer HPC (High Performance Computing) per affrontare la sempre più strategica sfida sulla condivisione e sostenibilità dei Big Data generati dall’Internet of Things.

A livello europeo, secondo stime richiamate da Cecilia Bonefeld Dahl, Direttrice Generale di Digital Europe, più di un terzo della forza lavoro non possiede competenze digitali sufficienti, un dato preoccupante in un’era di rapido sviluppo tecnologico.

Anche a livello nazionale la situazione non sembra essere più rosea. Secondo i dati forniti dal “Digital Economy and Society Index 2019” (DESI), area critica per il Paese risulta essere proprio quella del capitale umano, per la quale l’Italia si colloca al 26° posto nell’Unione, con un peggioramento relativo rispetto al 2018: le competenze digitali, anche di base, degli italiani appaiono al di sotto della media UE (solo il 44% degli individui tra i 16 e i 74 anni possiede competenze digitali di base mentre nell’UE è 57%)

Con particolare riferimento al numero di specialisti in TIC e di laureati nel medesimo settore, poi, il ns. Paese si posiziona ben al di sotto della media UE con solo l’1% di laureati in TIC.

Più recentemente rapporto Il Digitale in Italia ha stimato che a fronte di una occupazione ICT in crescita annua del 2,4%, la forbice domanda-offerta di competenze digitali continua infatti ad allargarsi e mancano 12.000 laureati.

Dato ancor più preoccupante riguarda la percentuale degli individui che non hanno mai usato Internet. Questa, nel nostro Paese, rimane pericolosamente al di sopra della media UE. È il 19% degli individui residenti in Italia, quasi il doppio della media UE (11%) a non aver mai avuto accesso alla Rete. Inoltre, permane altresì una debolezza sul fronte dell’integrazione delle tecnologie digitali, nonostante il lieve e progressivo aumento del ricorso a servizi cloud ed e-commerce, il cui fatturato resta al di sotto della media europea. Solo il 10 % delle PMI vende online (ben al di sotto della media UE pari al 17 %), solo il 6 % effettua vendite transfrontaliere e solo l’8 % circa dei loro ricavi proviene da vendite online. Oltre il 37 % delle imprese condivide informazioni per via elettronica all’interno dei propri dipartimenti aziendali (percentuale al di sopra della media UE pari al 34%)[5].

Per sanare questo gap la Digital Europe ha stanziato circa 700 milioni di euro per finanziare corsi e attività di formazione a lungo termine per gli studenti, i professionisti informatici e la forza lavoro.

DIGITAL EUROPE: I POLI DELL’INNOVAZIONE DIGITALE

Accanto agli aspetti formativi, un iniziale, ma importante passo è quello di sviluppare una rete europea rimasta finora spesso poco interoperabile. In questo modo si potranno individuare soluzioni digitali intelligenti che consentano di giungere fino alle comunità locali e regionali.

Un tema questo molto caro all’Unione che, nel primo anno di attuazione del programma Digital Europe, ha previsto l’istituzione di Poli dell’innovazione digitale (Digital Innovation Hubs) che opereranno per incentivare un’ampia applicazione delle tecnologie digitali avanzate, non solo da parte delle imprese, ma anche delle amministrazioni pubbliche e del mondo accademico. I Poli saranno il punto di riferimento per i processi di trasformazione digitale, fungendo da sportelli unici per l’accesso a tecnologie già provate e convalidate, in un’ottica di continua promozione dell’innovazione e delle tecnologie più all’avanguardia.

Rafforzare la diffusione dei poli dell’innovazione digitale, cui consegue anche il consolidamento della connettività a banda larga ad alta velocità in tutte le regioni dell’UE costituisce un elemento fondamentale, non solo per facilitare la diffusione dei servizi intelligenti, ma anche per creare alleanze regionali per le competenze digitali insieme al settore dell’istruzione e della formazione, o ancora per rispondere alla domanda di competenze digitali delle imprese locali.

A livello nazionale si tratta di un’opportunità da non sottovalutare, tenuto conto che, nonostante il trend complessivamente migliorativo degli ultimi anni nell’area tematica della connettività, e in particolare la risalita di ben 7 posizioni rispetto all’anno scorso nella “classifica DESI”, appare ancora evidente il ritardo italiano rispetto alla media europea con riferimento a copertura e diffusione della banda larga ultraveloce.

Infatti, sebbene la copertura della banda larga veloce (NGA) abbia raggiunto il 90%, la sua diffusione si colloca ben al di sotto della media europea, ugualmente si verifica per il dato sulla diffusione della banda larga mobile.

Entrando più in dettaglio, è possibile notare che:

  • La banda larga di base (fornita con la soluzione FTTE, Fiber To The Exchange cioè la fibra ottica fino alla centrale, accesso in “rame”) è disponibile quasi ovunque, con una copertura del 99,5% delle Unità immobiliari (il che colloca l’Italia al 9° posto in Europa); nel 2017, la copertura era del 99%. Il tasso di adozione per U.I (unità immobiliare) è del 60% (24° posto in Europa).
  • La Banda larga veloce (NGA, soluzione FTTC, Fiber To The Cabinet, cioè la fibra fino all’armadio, o “fibra mista rame”) ha raggiunto, nel 2018, il 90% della copertura delle unità immobiliari (il che colloca l’Italia al 10° posto in Europa); nel 2017, la copertura era del 87%. Il tasso di adozione per U.I (unità immobiliare) è però del 24% (23° posto in Europa).
  • La banda larga ultraveloce (maggiore di 100 Mbps; soluzione FTTB/H, Fiber to the Building) ha raggiunto, nel 2018, il 24% della copertura delle unità immobiliari (il che colloca l’Italia al 27° posto in Europa); nel 2017, la copertura era del 22%. Il tasso di adozione per U.I (unità immobiliare) è del 9% (24° posto in Europa).
  • Banda larga mobile 4G: ha raggiunto, nel 2018, il 97% della copertura delle unità immobiliari (il che colloca l’Italia al 13° posto in Europa); nel 2017, la copertura era del 91%. Il tasso di adozione dell’89% della popolazione (17° posto in Europa).
TECNOLOGIE DI RETE DI QUINTA GENERAZIONE (5G)

Diversamente avviene per le tecnologie di rete di quinta generazione (5G), area per la quale l’Italia si distingue per una performance molto positiva. Ricordando le sperimentazioni pre-commerciali in corso e l’avvenuta assegnazione del 94% dello spettro armonizzato per servizi mobili a banda larga, il bel Paese si colloca al 2° posto in Europa, alle spalle della Finlandia.

Un ottimo risultato se consideriamo che il 5G rappresenta lo strumento cardine per i futuri servizi e, più in generale, per l’economia digitale.

Infatti, una volta implementate, queste reti costituiranno la spina dorsale di una vasta gamma di servizi essenziali per il funzionamento del digital market e l’operatività di settori sociali ed economici vitali – come l’energia, le banche, il settore automobilistico, i trasporti, l’industria manifatturiera, la salute nonché i servizi di emergenza e di sicurezza di prossima generazione.

Non a caso il 5G è stato identificato dalla Commissione europea come una priorità quale risorsa chiave che consentirà all’Europa di competere nel mercato globale[6]. Una valutazione supportata da evidenze scientifiche, secondo le quali le entrate originate dal 5G a livello mondiale dovrebbero raggiungere l’equivalente di 225 miliardi di euro nel 2025[7],[8].

Secondo le ultime previsioni sulla rete mobile della società di consulenza di mercato tecnologica globale, ABI Research, il 5G dovrebbe raggiungere 12 milioni di connessioni in tutto il mondo entro la fine di quest’anno. Al termine del 2020, poi, il numero di connessioni salirà a 205 milioni in tutto il mondo, segnando l’inizio dell’età d’oro di questa tecnologia destinata, nel 2025, finanche a superare le connessioni 4G.

Lo studio richiamato prevede, infatti, circa 3 miliardi di connessioni 5G nel 2025 a fronte di quelle 4G in calo dagli attuali 3,9 miliardi a 2,2 miliardi alla fine dello stesso anno.

Certo, allo stato, sembra uno scenario molto futuribile, tenuto conto dei prezzi relativamente elevati degli smartphone con capacità 5G. Ma la catena del valore dell’infrastruttura sta maturando, i venditori di telefoni fabbricano telefoni 5G di livello intermedio e i consumatori sono sempre più attratti dall’alte prestazioni e velocità elevate in grado di supportare nuovi servizi come Cloud Gaming e applicazioni AR / VR (rispettivamente Augmented e Virtual Reality, cioè quelle applicazioni che permettono di scoprire le tecnologie di realtà aumentata e realtà virtuale). Aspetti questi che sicuramente contribuiranno all’esplosione del 5G.

Servizi che non sono solo di intrattenimento. Ad esempio, Deutsche Telekom, in collaborazione con alcuni scienziati, hanno sviluppato, nel Regno Unito, un gioco di realtà virtuale chiamato Sea Hero Quest che sta portando avanti la ricerca scientifica sulla demenza. Milioni di utenti trascorrono ore ogni settimana giocando a giochi online. Tramite i sensori nelle apparecchiature VR, ogni due minuti di gioco forniscono ai ricercatori tutti i dati che otterrebbero da cinque ore in laboratorio. Finora, gli scienziati hanno raccolto dati per oltre 12.000 anni.

Non bisogna allora farsi trovare impreparati, considerando anche l’appetibilità del mercato, su cui i cinesi sono sempre più lanciati. Si prevede infatti che i competitors orientali avranno 143 milioni di abbonati alla fine del 2020, circa il 70% delle connessioni totali in tutto il mondo. Gli operatori statunitensi, invece, raggiungeranno 28 milioni nello stesso anno. In ottica prospettica, nel 2025, la Cina dovrebbe raggiungere addirittura 1,1 miliardi di abbonati 5G e gli Stati Uniti, 318 milioni.[9]

Per non perdere questa opportunità, l’Italia sta cercando di conquistare la fiducia del mercato. Al fine di costituire una solida base per orientare i processi decisionali per le scelte di politica industriale, di regolamentazione, e contribuire alla creazione di un clima di fiducia favorevole agli investimenti è stata resa disponibile una mappa interattiva delle infrastrutture e dei servizi, frutto di una cooperazione strategica tra Agcom e il Ministero dello sviluppo economico. I dati sono disponibili su un database interattivo, ordinati per regione/ comuni e per diverse classi di velocità.

In questa fase, ulteriore tassello è promuovere un’intensa attività di sperimentazione, orientata:

  • a verificare la capacità di tali tecnologie di supportare settori verticali come l’e-health, le fabbriche del futuro, l’energia e l’industria automobilistica, nonché una varietà di casi d’uso nei diversi scenari 5G;
  • ma anche a promuovere l’interesse dell’industria e della pubblica amministrazione nell’uso delle tecnologie 5G, come fattore abilitate la creazione di nuove imprese e nuovi servizi per i cittadini.

Il tema della sperimentazione è stato ampiamente considerato a livello nazionale, partendo già qualche anno fa. Era, infatti, il 2017 quando il Ministero dello sviluppo economico diede avvio a un gran numero di progetti 5G, riguardanti circa 150 diversi “casi d’uso” o modelli di business.

Finora le sperimentazioni pre-commerciali (riguardanti lo spettro nella banda di frequenza 3,6 – 3,8 GHz) sono condotte in cinque città italiane (Milano, Prato, L’Aquila, Bari e Matera) e dovranno essere completate entro quattro anni.

Un’attività proficua e interessante che, comunque, benché sostenuta politicamente dallo Stato, è stata interamente finanziata dagli operatori privati.

Diversamente, il ricorso alla politica industriale è stato particolarmente evidente con riguardo alla realizzazione della rete in fibra ottica. Già nel 2015, a cinque anni dalla pubblicazione dell’Agenda europea dell’economia digitale da parte della Commissione, il Governo italiano aveva infatti ritenuto necessaria, a fronte dell’effettivo stato di realizzazione delle infrastrutture in Italia, l’adozione di una Strategia italiana per la banda ultralarga. L’iniziativa governativa, nel riconoscere le reti in fibra ottica e i servizi digitali esigenze prioritarie e indefettibili per la crescita economica e sociale del Paese, definiva un piano strategico che individuava le aree di azione, gli interventi e i modelli di relazione tra i soggetti coinvolti, operatori privati e istituzioni. Il Piano puntava a garantire entro il 2020 la copertura con reti ultraveloci (100 Mbps) ad almeno l’85% della popolazione italiana e a tutte le sedi/edifici pubblici, poli industriali, aree di interesse economico e concentrazione demografica, nonché delle principali località turistiche e degli snodi logistici[10].

Per la realizzazione della banda ultra-larga nelle aree a fallimento di mercato, veniva adottato il modello pubblico a “intervento diretto”, in grado di garantire la proprietà pubblica delle infrastrutture realizzate, la concessione per la gestione e la massima apertura al mercato a condizioni economiche e tecniche, stabilite dall’Agcom, eque e non discriminatorie per tutti gli operatori richiedenti l’accesso. Come noto, le prime tre gare bandite da Infratel, società in house del Ministero dello Sviluppo Economico, nei cluster C e D (aree a fallimento di mercato, cosiddette “aree bianche”), si sono concluse con l’assegnazione dei progetti alla società Open Fiber da realizzare nell’arco temporale 2016-2020, con una copertura minima dell’87% mediante infrastruttura FTTH.

Ciononostante, permane, come accennato, il divario digitale del Paese, con una percentuale di attivazione degli abbonamenti a 100 Mbps che si attesta al 9%, rispetto ad una media europea del 20% e una copertura delle reti ultraveloci pari al 24%, rispetto ad una media europea del 60%. Esiste inoltre un divario tecnologico all’interno del Paese che potrebbe pregiudicare il conseguimento degli obiettivi 2020 e 2025 della Gigabit society. Ecco dunque che si prospetta l’avvio della seconda fase della Strategia nazionale per la banda ultralarga nelle cosiddette “aree grigie”, in cui è presente un solo operatore di rete e non si stimano, a condizioni di solo mercato, ritorni in grado di remunerare investimenti in reti a 100 Mbps[11]. Tali interventi prevedono, da un lato, misure a sostegno della diffusione delle infrastrutture a banda ultralarga, dall’altro misure a sostegno della domanda di servizi ultraveloci nella forma di voucher.

CONCLUSIONI

Secondo i dati forniti da un report di Mediobanca, pubblicato lo scorso 6 novembre, l’Italia è il quarto mercato europeo nel settore delle telecomunicazioni, rappresentando l’1,8% del PIL e il 5,9 degli investimenti complessivi realizzati in Italia nel 2018.[12]

Dati questi che non tengono conto dell’asta “record” per le frequenze 5G che ha raggiunto importi significativi, apportando nelle casse statali ben 6,55 miliardi di euro.

Un risultato che non sorprende in un paese come l’Italia, in cui si rileva la più elevata penetrazione della fonia mobile (137%), dietro solo a Russia (161%) e Svezia (140%).[13] Un dato dovuto anche alla sempre più capillare diffusione della tecnologia 4G.

Non è ancora soddisfacente, invece, la penetrazione delle linee fisse broadband, mentre il nostro Paese eccelle – come abbiamo visto – nella sperimentazione del 5G.

Gli investimenti in infrastrutture crescono del 17% rispetto allo scorso anno, avvicinandosi sempre più a quelli di colossi come la Germania. Se infatti, in Italia, nel 2018, si registrano investimenti pari a 8,4 miliardi di euro, nel Paese teutonico l’apporto è di 9 miliardi (seppur qui i ricavi sono doppi).

Ampliando il raggio d’analisi, a livello mondiale, nell’anno appena trascorso, si conferma il primato del mercato statunitense delle telecomunicazioni pari a 294 miliardi di euro (+2,8% sul 2015). Un settore appetibile e per di più, se pensiamo all’operazione societaria di fusione realizzata da T-Mobile US e Sprint, in fase di consolidamento nell’anno in corso.

Alle spalle degli USA, si colloca l’Europa (215 miliardi di euro, +0,5%), seguita dall’inarrestabile Cina (189 miliardi di euro, +21,2%).

Quanto a tasso di investimenti industriali sul fatturato, spicca TIM, con il 30,1% medio nell’ultimo triennio.

Rimanendo in casa, è poi notizia di qualche giorno fa l’alleanza tra Tim e Google cloud per i data center. Una mossa che mostra chiaramente l’intento di rafforzare, sebbene mediante una partnership, la posizione dell’azienda nel mercato dell’offerta di servizi cloud ed edge computing (cioè l’elaborazione di informazioni derivanti dalla raccolta dei dati), ma anche quello di accelerare la digitalizzazione delle aziende italiane.

Del resto, la misura non sorprende se pensiamo che nel giro di pochi anni questi due settori saranno essenziali per il funzionamento dell’ecosistema 5G.

Un nuovo studio a cura di Ericsson e Arthur D.Little, “5G for business: a 2030 market compass”, che analizza il potenziale di business del 5G in 10 settori industriali e le nuove opportunità per gli operatori di telefonia mobile, per questi stima – a condizione di saper sfruttare il 5G anche in ambito industriale, non solo consumer – un incremento dei ricavi pari al 35% fino al 2030 (rispetto a una crescita quasi piatta, pari allo 0,75%)[14].

Certo, nel settore, non è facile farsi largo, ma è quantomeno necessario, se non vogliamo rimanere ai margini, soprattutto in un Paese come il nostro in cui una politica globale per lo sviluppo dell’ICT è stata a lungo assente.

Non dimentichiamo che se ricerca e innovazione costituiscono le keywords per emergere nel mercato globale, sono fondamentali anche per favorire la crescita economica e sociale dei territori.

In questo senso, allora, il ruolo della politica industriale può tornare a svolgere un ruolo di primo piano. Un concetto bistrattato da molti, ma poi riapparso sulla scena mondiale all’indomani della crisi finanziaria globale del 2008, quando, considerato l’evidente fallimento dei mercati, i governi occidentali adottarono misure su vasta scala per salvare settori e imprese dalla bancarotta, rilanciare l’attività economica e creare posti di lavoro.

Un dibattito che in realtà non sembra mai esauritosi. Nella nostra esperienza nazionale, l’ampio ricorso alla politica industriale, nel secondo dopoguerra, è riuscito a sostenere la crescita economica italiana. I governi dell’epoca sono stati in grado di portare avanti l’espansione di nuove attività (come acciaio, auto e prodotti chimici, e poi negli anni ‘70 elettronica, telecomunicazioni, aereonautica) sulla base di un consenso raggiunto tra imprese, sindacati e opinione pubblica. E non dimentichiamo che quelle nuove “sperimentazioni” riguardavano attività in un primo momento apparentemente inefficienti, che poi, grazie ai processi di apprendimento, espansione dei mercati e riduzione dei costi ne hanno infine permesso l’affermazione. Coordinamento degli investimenti e creazione di occupazione sono stati i punti chiave per l’adeguamento delle competenze tecnologiche del Paese a quelle delle realtà economiche più avanzate.

Una situazione che è drasticamente cambiata, già a partire dai primi anni ’90, quando quel ritmo che aveva caratterizzato il decennio precedente (con l’affermarsi delle nuove tecnologie della comunicazione e dell’informazione, la crescita del commercio internazionale, la mobilità dei processi produttivi) è venuto a mancare, influendo sul sistema produttivo.

Oggi la situazione è ulteriormente cambiata e, in un contesto di riferimento non più e solo nazionale è diventato essenziale stabilire una visione comune da adottare.

La Commissione Europea ha adottato un approccio più flessibile alla politica industriale, raccomandando in particolare il finanziamento diretto di alcune tecnologie ritenute “abilitanti” per il sistema economico. Ecco che allora il dibattito sulla bontà di questo approccio è tornato ad accendersi: laddove da taluni le politiche industriali sono state considerate efficaci per alimentare lo sviluppo e la crescita, all’opposto si sono collocati coloro i quali hanno manifestato preoccupazioni legate al rischio di spingere tali interventi troppo oltre.

Probabilmente è più ragionevole non propendere per nessuna delle due visioni radicali, ma essere promotori di un nuovo modello di intervento in grado di superare i limiti e i fallimenti delle esperienze passate. Un buon compromesso allora resta sempre quello di lavorare per creare in modo concreto un clima di collaborazione tra istituzioni e il settore privato, destinato non necessariamente a passare per il sostegno economico, ma in cui le politiche pubbliche siano in grado di incentivare attività tecnologiche e produttive – attuate sia da enti pubblici sia da aziende private – in una logica bottom-up per il perseguimento di obiettivi economici e sociali. Non più quindi l’uso di strumenti generici e indifferenziati a supporto delle imprese, ma l’attuazione di misure che indirizzino le risorse disponibili verso

  • aziende più innovative e con potenzialità di crescita
  • lo sviluppo di beni e servizi richiesti dal settore pubblico in modo da sostenere le imprese ad alta tecnologia e favorire soluzioni innovative nei servizi pubblici.

Una sfida complessa, ma necessaria cui l’Europa deve farsi trovare pronta per affrontare (e non essere travolta!) dalla rivoluzione economica e tecnologica in atto, che ci chiede – riadattando un vecchio adagio di John Maynard Keynes – non tanto (e non solo) di sviluppare nuove idee, ma di evadere da quelle vecchie.[15]


[1] In tal senso sarebbe utile guardare al rinnovo dei programmi Impresa 4.0, che a condizioni costanti promettono di far crescere gli investimenti innovativi in sistemi industriali e sistemi ICT da qui al 2021 a un tasso medio annuo del 15,5% (da oltre 3030 milioni nel 2019 a circa 4000 milioni nel 2021), mantenendo la quota della componente ICT attorno al 56-57%.

[2] https://www.consilium.europa.eu/it/press/press-releases/2019/03/13/digital-europe-programme-coreper-confirms-common-understanding-reached-with-parliament/

[3] https://www.mckinsey.com/business-functions/mckinsey-digital/our-insights/digital-europe-realizing-the-continents-potential

[4] NOTES FROM THE AI FRONTIER TACKLING EUROPE’S GAP IN DIGITAL AND AI – DISCUSSION PAPER FEBRUARY 2019 – https://www.mckinsey.it/file/8400/download?token=6r_RpsaS

[5] Fonte DESI 2019

[6] Comunicazione della Commissione “Connettività per un mercato unico digitale competitivo – Verso una società dei Gigabit europea ” (COM (2016) 587 final) e documento di lavoro (SWD (2016) 300 final) del 14 settembre 2016.

[7] https://www.abiresearch.com/press/abi-research-projects-5g-worldwide-service-revenue/ 

[8]Un’altra fonte indica che i benefici dell’introduzione del 5G in quattro settori industriali chiave potrebbero raggiungere i 114 miliardi di euro l’anno: “Studying automotive, health, transport and energy sectors” (https://ec.europa.eu/digital-single-market/en/news/study-identification-and-quantification-key-socio-economic-data-strategic-planning-5g ).

[9] https://www.abiresearch.com/market-research/product/1027586-network-technology-and-market-tracker/?utm_source=media&utm_medium=email

[10] L’attuazione della Strategia è affidata al MiSE, che si avvale della società in house Infratel Italia S.p.A. e prevede:

  • La copertura ad almeno 100 Mbps fino all’85% della popolazione;
  • La copertura ad almeno 30 Mbps della restante quota di popolazione;
  • La copertura ad almeno 100 Mbps di sedi ed edifici pubblici (scuole, ospedali etc.), delle aree di maggior interesse economico e concentrazione demografica, delle aree industriali, delle principali località turistiche e degli snodi logistici.

Tali obiettivi sono in linea e migliorativi rispetto a quelli espressi dall’Agenda Digitale Europea sulla banda ultra larga:

  • Banda larga veloce entro il 2020: copertura con banda larga pari o superiore a 30 Mbps per il 100% dei cittadini UE;
  • Banda larga ultraveloce entro il 2020: il 50% degli utenti domestici europei dovrebbe avere abbonamenti per servizi con velocità superiore a 100 Mbps.

La strategia è inoltre coerente con i nuovi obiettivi 2025 della Commissione Europea, espressi dalla Comunicazione COM(2016)-587 “Connectivity for a Competitive Digital Single Market – Towards a European Gigabit Society” del 14 settembre 2016, in quanto diffonde la fibra ottica in modo capillare sul territorio verso le utenze residenziali e rende disponibili connessioni FTTH alle sedi PA (scuole, sedi della sanità etc.) e alle aree produttive, abilitando anche lo sviluppo del 5G.

[11] Il Piano individua quattro geotipi o cluster (A, B, C, D), in funzione del livello di sviluppo e di concorrenza attuali e prospettici di reti NGA. Il territorio nazionale è diviso in 94.000 sottoaree omogenee (accorpamenti di aree censuarie Istat). Ogni comune è diviso in sotto-aree riconducibili a uno o più cluster. Il cluster A, in cui è presente – o lo sarà – più di un operatore di rete ed in cui è più probabile l’interesse degli operatori privati ad investire in reti a più di 30 Mbps, include le principali 15 città nere e le maggiori aree industriali del Paese (il 15% della popolazione nazionale); il cluster B è costituito dalle aree nere o grigie (in cui è presente un solo operatore di rete e non vi sono piani da parte di un secondo), in cui gli operatori hanno realizzato o realizzeranno reti ad almeno 30 Mbps (investendo direttamente – cluster B1 – o in presenza di piani pubblici – cluster B2), benché non si stimino, a condizioni di solo mercato, ritorni in grado di remunerare investimenti in reti a 100 Mbps (include il 45% della popolazione); il cluster C include aree attualmente a fallimento di mercato, per le quali gli operatori potrebbero maturare interesse ad investire in reti a più di 30 Mbps soltanto grazie ad un sostegno statale (vi risiede il 25% della popolazione); il cluster D comprende aree a fallimento di mercato per le quali solo l’intervento pubblico può garantire alla popolazione residente un servizio a più di 30 Mbps. Il Piano intende garantire velocità di almeno 100 Mbps nei cluster A e B e ad almeno 30 Mbps nel cluster C e D per la totalità della popolazione di ciascuna sotto-area.

[12] Nel report si legge che le risorse impegnate sulle tlc rappresentano il 5,9% degli investimenti complessivi realizzati in Italia nel 2018.

[13] L’Italia è uno dei paesi con la più elevata penetrazione della fonia mobile (137%), dietro solo a Russia (161%) e Svezia (140%). In miglioramento anche il dato del 4G: nel dicembre 2018 il 65% circa delle sottoscrizioni complessive è dotato, infatti, della tecnologia di trasmissione dati di quarta generazione. È ancora bassa, invece, la diffusione di linee fisse broadband con 28 connessioni ogni 100 abitanti rispetto alle 44 per l’Olanda e alle 43 per la Francia. Migliora il dato della copertura in modalità FTTH (Fiber-to-the-home), con il 23,9% delle abitazioni italiane raggiunte (erano il 12,2% nel 2013). http://www.mbres.it/sites/default/files/resources/rs_TLC%202019_COMUNICATO%20STAMPA.pdf

[14] https://www.key4biz.it/wp-content/uploads/2019/11/the-5g-for-business-a-2030-compass-report-2019.pdf

[15] La difficoltà non sta tanto nello sviluppare nuove idee, ma nell’evadere da quelle vecchie (John Maynard Keynes)

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