Antonio Martusciello: “Le web company devono fare la propria parte per un mercato equo e sostenibile”

Il Journalism, media and technologies trends and prediction 2018 ha rilevato che il 55% degli editori del campione analizzato sono fortemente preoccupati dello strapotere delle web company. Questi percepiscono aziende come Twitter, Facebook e Google «come una delle più grandi minacce per il 2018». Non sorprende. Il fenomeno di contrazione delle risorse infatti investe da un lato l’esercizio della professione giornalistica (complice il ridimensionamento della componente redazionale all’interno dei media tradizionali) e dall’altro conseguentemente la qualità del prodotto offerto (che sconta modalità di ricerca e approvvigionamento proprie delle fonti di informazione non specialistica).
L’offerta di servizi forniti dalle piattaforme è spesso gratuita in termini monetari e la valorizzazione dei contenuti digitali si fonda sulla generazione di audience con il fine della vendita di contatti agli inserzionisti di pubblicità.

Così le piattaforme competono direttamente con gli stessi editori per l’acquisizione di quote pubblicitarie, senza però sopportare i costi di produzione dei contenuti. Del resto, è noto che l’offerta Online si limiti spesso a riaggregare, in forme sempre nuove e innovative, notizie già presenti in rete o sugli altri media. Una recente ricerca realizzata dal Future Media Lab ha evidenziato che su 1 euro investito in pubblicità digitale dall’inserzionista, 10 centesimi vanno all’agenzia, 29 all’editore, e ben 61 centesimi alle ad tech companies. Una struttura poi che si mostra sempre più insostenibile non solo per i media tradizionali. Risale a qualche mese fa, il taglio di 100 posti di lavoro da parte del colosso dell’informazione Online BuzzFeed, complice il modello di business pubblicitario incapace di competere con le grandi piattaforme digitali. Cambiano le abitudini di consumo, ma anche gli attori del mercato.

Fino a qualche decennio fa a dominare la pubblicità erano giornali e tv, oggi i dati dimostrano uno scenario profondamente mutato e motori di ricerca e social network esercitano un peso considerevole sull’andamento di questi ricavi attraverso l’attività di raccolta. Certo, se le risorse pubblicitarie nella tv in chiaro cercano di resistere alla “concorrenza” delle piattaforme, con una leggera ripresa nel 2016, non si verifica altrettanto nell’editoria, ove i proventi pubblicitari diminuiscono sia per i quotidiani che per i periodici. All’opposto, i ricavi relativi alla pubblicità Online registrano invece un significativo consolidamento. Un dato che non stupisce se consideriamo che anche in Italia, secondo la Global Survey Nielsen, 1’87% di coloro che navigano sul web compra regolarmente Online.

Appare evidente quindi l’esigenza di assicurare un mercato più equo e sostenibile. Ecco che allora, per arginare il fenomeno, la Commissione europea, nell’ambito della riforma della Direttiva Copyright, ha proposto un diritto connesso al diritto d’autore sugli articoli da attribuire agli editori. Il Press Publisher Right, in modo simile a quanto avviene per i broadcaster tv e radio, consentirebbe di vieta­re la riproduzione di estrat­ti degli articoli (gli snippet) utilizzati dagli aggregatori di notizie. Da un lato, im­pedire la pubblicazione a questi soggetti potrebbe indurli a sottoscrivere accor­di con gli editori, dall’altro però esperienze simili già realizzate in Germania e in Spagna non hanno mostrato risultati incoraggianti. Attenzione, però, nessuna piattaforma può avere miliardi di utenti attivi e non ritenersi parte integrante nella diffusione globale di notizie. Del resto, come sottolineava Churchill, «la responsabilità cos’è, se non il prezzo della grandezza». Certo una grandezza intesa in termini economi¬ci e di mercato, ma che richiede comunque una rinnovata partecipazione di questi operatori.

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